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Palazzo Juvarra

 

La Sezione Corte di piazza Castello


Particolare della facciata juvarriana degli Archivi di Corte che si riflette nelle vetrate del Teatro RegioIl palazzo degli Archivi di Corte fu realizzato dal Primo Architetto Filippo Juvarra tra il 1731 e il 1733. Esso rappresenta forse, nel suo genere e nella sua epoca, un caso unico nel mondo occidentale: non sono infatti noti in Europa Archivi centrali di Stato la cui sede sia costituita da un edificio progettato esclusivamente fin dall’origine a uso archivio.

 

La funzione cui l’edificio pubblico doveva assolvere era garantire al sovrano la conservazione e la rapida consultazione dei titoli giuridici e della documentazione necessari al governo dello Stato, sia in chiave di politica interna sia estera. Il razionale ordinamento degli archivi e la loro scrupolosa conservazione da parte della dinastia dei Savoia risale al XIII secolo, quando il castello di Chambéry divenne sede stabile del potere comitale sabaudo.

 

Non è un caso che nel 1731 il Palazzo juvarriano trovi una precisa e studiata collocazione all’interno del cuore della capitale del Regno di Sardegna, di cui da pochi anni i Savoia avevano assunto la titolarità: i Regi Archivi vennero difatti collocati vicino al Palazzo Reale, centro del potere assoluto del monarca, al quale furono collegati, anche fisicamente, mediante un corridoio che attraversava il Palazzo delle Regie Segreterie di Stato (i “ministeri”del Regno), oggi sede della Prefettura.

 

Le fasi di costruzione del palazzo sono ricostruibili in maniera dettagliata grazie alla ricca documentazione pervenuta: due progetti diversi, entrambi di mano di Juvarra, uno dei quali, firmato dall’architetto e datato 8 marzo 1731, si può considerare il progetto esecutivo; inoltre i Minutari contratti dell’Azienda Fabbriche e Fortificazioni, che per gli anni 1731-1733 presentano una minuziosa descrizione dei lavori, corredati da numerosi disegni dello Juvarra.

 

Il progetto esecutivo juvarriano, approvato il 13 marzo 1731 dal re Carlo Emanuele III, il quale stanziava pure la somma di lire 62.202 per l’anno in corso, prevedeva un corpo di fabbrica unico, a tre piani fuori terra, con cinque grandi saloni per ogni piano e con alcuni locali minori e due scale alle estremità.

 

Spessi muri maestri tagliafuoco dovevano isolare il palazzo da eventuali incendi negli edifici contigui (come in effetti accadde due secoli dopo con l’incendio drammatico del 1936 che distrusse il Teatro Regio) e limitare i danni di un eventuale incendio di origine interna. La stabilità dell’edificio era assicurata dai robusti solai (progettati per rendere difficili le ripercussioni sui piani inferiori di un eventuale crollo del tetto), da volte a padiglione per i piani alti e da poderose volte a botte, che dovevano scaricare la loro spinta sui muri maestri di separazione di un salone dall’altro, al pianterreno e nei sotterranei.

 

La facciata era prevista a bugne orizzontali al piano terra e scandita nei due piani superiori da un unico “ordine gigante” di lesene con capitelli di stile composito. Il tetto in rovere, larice e pioppo, nella sua versione definitiva, rappresenta un esempio di commistione dei due tradizionali sistemi in uso in Lombardia e in Piemonte per distribuire i pesi del manto di copertura. Il progetto esecutivo del 1731, infine, forniva già le indicazioni per l’arredamento dei saloni con armadi lignei, coincidenti con quanto fu poi effettivamente realizzato; al centro di ogni salone era previsto un grande tavolo, di dimensioni tali da dover essere costruito sul posto.

 

I lavori di costruzione del corpo di fabbrica incominciarono l’11 aprile 1731: il 29 novembre dello stesso anno fu completato e collaudato il tetto. Gli anni successivi furono dedicati al completamento dell’edificio mediante la posa degli intonaci, dei pavimenti in cotto, degli scalini, dei davanzali, degli infissi lignei in noce o pioppo, dei 4480 vetri e delle ferramenta. A fine 1734, poco più di tre anni dopo l’inizio dei lavori, il “tramuto” dei documenti dell’Archivio di Corte da Palazzo Reale al nuovo Palazzo juvarriano consentiva l’entrata in servizio effettiva della nuova sede.

 

Da allora, il Palazzo juvarriano ha sempre svolto la sua funzione di conservazione dei documenti dell’Archivio di Corte, con la sola eccezione del periodo 1804-1815 quando, spogliato dal Governo francese di tutti i documenti che conservava, l’Archivio venne trasformato nel Liceo della Città di Torino: solo negli anni Trenta dell’Ottocento, con la risistemazione degli Archivi di Corte voluta da re Carlo Alberto, il Palazzo juvarriano tornò a svolgere a pieno il suo compito originario, nonostante i documenti vi fossero stati ricollocati fin dal 1814.

 

L’Archivio rimase per lungo tempo luogo estremamente riservato, cui neppure i ministri del Regno di Sardegna potevano accedere senza il consenso del re e nel quale venivano ammessi pochissimi visitatori: ad esempio quei «personaggi distinti [...] quando venissero portati dalla curiosità di vedere la fabbrica» di cui parlano le Osservazioni del 1742, mostrando indirettamente l’orgoglio dei Savoia per un palazzo che era un modello di architettura funzionale. Solo a partire dall’Ottocento, con la progressiva trasformazione del concetto di archivio da strumento esclusivo al servizio del sovrano a fonte storica, il Palazzo juvarriano cominciò ad aprirsi alla frequentazione degli studiosi.

 

A partire dal 1982 la Sezione Corte dell’Archivio di Stato di Torino è stata oggetto di un progetto di recupero e ampliamento, che ha previsto l’adeguamento e il restauro del Palazzo juvarriano, l’espansione dell’edificio attraverso il ricupero dell’area diruta del palco reale dell’antico Teatro Regio distrutto dall’incendio del 1936 e l’ampliamento dei depositi mediante la costruzione sotto i giardini reali di due piani sotterranei di 100 metri quadri l’uno in grado di conservare 11.000 metri lineari di scaffalature.

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Mercoledì 08 Luglio 2009 11:10
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Gennaio 2012 14:48 )
 
Creato da Redazione ASTO
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