CONVEGNO INTERNAZIONALE
Archivio di Stato di Torino
6-7 dicembre 2017

L’Archivio di Stato di Torino, con il supporto dell’Associazione Amici dell’Archivio di Stato, ha avviato nel 2016 un progetto di studio e di ricostituzione virtuale dei fondi archivistici che, in virtù del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, furono consegnati alla Francia. La documentazione ceduta concerneva i territori entrati nel 1860 a far parte della Francia stessa, essenzialmente Nizza e Savoia. Il progetto ha avuto la sua conclusione in un convegno internazionale che si è svolto a Torino, presso l’Archivio di Stato, il 6 e 7 dicembre 2017. L’intento è quello di proporre una riflessione di carattere generale sugli esiti storici e archivistici legati ai trasferimenti di territori e allo smembramento dei fondi, e sulla possibilità – agevolata anche dalle tecnologie digitali – di mettere in relazione frammenti di archivi per renderli nuovamente fruibili nella loro omogeneità.

Gli interventi dei relatori

INTRODUZIONE AI LAVORI

Un convegno, un progetto, una sfida
Monica Grossi, direttore dell’Archivio di Stato di Torino

POLITICA E ARCHIVI
Presiede Isidoro Soffietti, professore emerito Università degli Studi di Torino

Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati
Elisa Mongiano, Università degli Studi di Torino

Nella prospettiva del diritto internazionale le cessioni territoriali e i trasferimenti documentari ad esse collegati rientrano nel più ampio fenomeno della successione tra Stati.

Si tratta di una questione antica e controversa di cui anche nel XX secolo si sono avuti vari significativi esempi tra loro di segno diverso: le sistemazioni territoriali conseguenti alla Prima e Seconda Guerra mondiale, la decolonizzazione, la riunificazione della Germania, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e quella della Repubblica socialista federale di Jugoslavia.

L’intervento intende proporre brevi cenni sugli indirizzi adottati dalla dottrina internazionalistica in tema di archivi nelle diverse ipotesi di successione fra Stati e richiamare poi alcuni casi relativi alla pratica seguita nel sistema delle relazioni internazionali tra XVII e XX secolo.

Territori e archivi. Gli esiti della Grande Guerra sugli archivi degli ex territori austroungarici
Raffaele Pittella, Archivio di Stato di Roma

«Non si son voluti ora prendere a Vienna oggetti di valore, ma solo i nostri oggetti di arte e di storia, i nostri dipinti, i nostri codici, le nostre vecchie carte d’archivio; dipinti che ci sono cari come i ritratti degli avi, documenti preziosi per noi come le carte della nostra nobiltà; ritratti e documenti della gloriosa famiglia italiana, che in terra straniera facevan testimonianza del nostro servaggio politico, ormai interamente finito».

Queste parole, datate 1919, lasciano chiaramente intendere come dietro al lavoro svolto dagli storici e dagli archivisti che parteciparono alla missione militare italiana a Vienna, guida dal generale Segre, si celassero obiettivi non soltanto culturali, ma innanzitutto politici.

Nelle scelte compiute da questi intellettuali si scorge l’idea, di derivazione risorgimentale, che il compimento dell’unità nazionale non riguardasse soltanto l’espansione dei confini territoriali, ma anche la restituzione degli «oggetti d’arte e di storia» che si riteneva fossero stati impropriamente esportati dall’Austria durante gli anni di dominazione sull’Italia.

Al fianco di queste motivazioni, se ne scorgono però delle altre: si intravede il bisogno di affermare, per il tramite delle biblioteche, dei musei e degli archivi, quel ruolo di grande potenza internazionale che la classe dirigente italiana, liberale e nazionalista, aveva per anni inseguito, e che si pensava fosse stato ormai definitivamente acquisito con la recente sconfitta del “nemico storico” a Vittorio Veneto. Il legame che venne così a stabilirsi fra la politica e la storia, fra la cultura e il pensiero nazionalista tornò a riecheggiare nella grande mostra del 1923, curata da Ettore Modigliani, che si svolse a Roma nella cornice di palazzo Venezia; edificio dotato di una straordinaria forza simbolica, in quanto espropriato dallo Stato italiano all’Austria, nel maggio 1916, a parziale risarcimento «de’ suoi misfatti artistici» compiuti nei territori italiani interessati dalla guerra.

Così infatti scrive Arduino Colasanti, direttore generale delle Antichità e Belle Arti, a proposito di quell’evento espositivo: «era vivo e legittimo desiderio non soltanto degli studiosi, ma di numerosissimi cittadini, poter ammirare questo complesso di opere d’arte e di storia rivendicato al diritto d’Italia dalle sue armi vittoriose, che oggi in palazzo Venezia – la riconquista più illustre, perché più ricca di memorie e ammonimenti – è mostrato alla venerazione e alla gratitudine degli italiani».

Nello spazio di tempo che intercorre fra la missione Segre e la mostra di palazzo Venezia, si colloca invece il dibattito – solo in parte indagato dagli studiosi – che vide gli archivisti italiani e quelli austriaci schierarsi su posizioni opposte in merito al significato da attribuire ai concetti «di provenienza e territorialità».

Esemplificative di questo scontro sono le riflessioni formulate a caldo da Eugenio Casanova, che non dimentica di ricordare come: «nel dopo guerra, le discussioni già accese intorno a quel principio archivistico, ripresero vigore per la necessità di determinare gli atti da cedere da quella che li perdeva ad altra nazione, divenuta posseditrice di nuovi territori; e la sottigliezza con la quale furono esposte teorie in proposito, se altamente onora gli archivisti, che in tal modo difesero il patrimonio dei loro istituti, fuorviò però alquanto le menti, come la fuorviano d’ordinario tutti gli eccessi».

Archivi d’Africa. La documentazione in Italia e nelle colonie
Valeria Deplano, Università degli Studi di Cagliari

Con la firma del Trattato di Parigi del 1947 l’Italia rinunciava ai propri possedimenti coloniali.

Si trattava, da una parte, dell’ufficializzazione di una condizione di fatto: le colonie africane erano state occupate dalle potenze alleate nel corso del conflitto mondiale (nel 1941 i territori del Corno d’Africa, nel 1943 la Libia), e si trovavano già da alcuni anni fuori dal controllo dei governi italiani.

Dall’altra parte, la firma del 1947 obbligava il governo De Gasperi all’avvio di un processo di decolonizzazione che non era sentito né come urgente né come necessario dalle forze politiche postfasciste. Tanto prima quanto dopo la firma del Trattato di Parigi i partiti di governo e di opposizione sostennero infatti una campagna politica finalizzata al “ritorno dell’Italia in Africa.

L’insieme di questi fattori (il ruolo delle colonie come fronte di guerra nel conflitto mondiale; la loro occupazione; la gestione britannica delle stesse negli anni di transizione; la firma del Trattato e la prosecuzione da parte dei governi italiani di una politica di tipo coloniale) influirà sul destino degli archivi dell’amministrazione coloniale italiana.

Il presente intervento propone una ricostruzione delle vicende politiche e diplomatiche che hanno determinato la fine del capitolo coloniale della storia italiana, al fine di verificare in che modo queste si siano intrecciate con quelle archivistiche, e abbiano determinato l’attuale condizione della documentazione coloniale italiana tanto a livello centrale (dunque le carte del Ministero dell’Africa Italiana, erede del Ministero delle Colonie) sia periferico (le carte dei Governatorati previsti dall’ordinamento delle colonie alla fine degli anni Trenta).

Assetti nazionali dopo le due Guerre mondiali. Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
Alfredo Canavero, Università Statale di Milano

Il Trattato di pace imposto all’Italia fu firmato il 10 febbraio 1947, ma fu elaborato nel corso della conferenza per la pace che si era inaugurata a Parigi il 19 luglio 1946.

Quando la delegazione italiana guidata da Alcide De Gasperi e composta, fra gli altri, da Ivanoe Bonomi e Giuseppe Saragat, giunse nella capitale francese nell’agosto, le linee principali del trattato erano già state definite dagli incontri tra i ministri degli esteri dei Quattro grandi.

Lunghe e intense riunioni nell’ambasciata italiana precedettero il discorso che De Gasperi fece di fronte all’Assemblea dei Ventuno nel pomeriggio del 10 agosto. De Gasperi, come è noto, cercò di improntare il suo intervento a un carattere che andasse al di là dei meri interessi dell’Italia, per convincere i presenti che il nostro paese si stava mettendo «sui grandi binari della democrazia».

Il discorso non sortì però alcun effetto pratico e grandi rinunce territoriali e d’altro genere furono imposte all’Italia. De Gasperi riuscì solo a salvare il confine del Brennero con l’Austria trattando direttamente col ministro degli esteri austriaco Gruber. In cambio l’Italia concesse uno statuto d’autonomia alla regione che tutelava la minoranza di lingua tedesca, ma nello stesso tempo soddisfaceva le richieste autonomistiche dei trentini.

L’operazione riuscì perché tanto l’Italia che l’Austria erano due paesi sconfitti e nessuna grande potenza prese in seria considerazione la richiesta austriaca di ottenere l’Alto Adige. Risultati molto diversi si ebbero invece al confine con la Francia e soprattutto con la Jugoslavia. Ma in questi casi il rapporto era con paesi vincitori, mentre l’Italia, nonostante la cobelligeranza e la Resistenza, doveva pagare il conto per la guerra fascista.

IL TRATTATO DI PACE DEL 1947. FRATTURA E CONTINUITA’
Presiede Guido Gentile, già soprintendente archivistico per il Piemonte e la Valle d’Aosta

Presentazione degli gli studi pubblicati dall’Archivio di Stato di Torino e dalle Archives départementales
de la Haute-Savoie in occasione del 70° anniversario del Trattato di Parigi
Stefano Vitali, Istituto Centrale per gli Archivi

Dal Trattato di pace del 1947 all’accordo definitivo del 1949
Davide Bobba, archivista libero professionista

Oltre a importanti clausole territoriali, militari, politiche ed economiche, il trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 tra l’Italia e le potenze alleate prevedeva la consegna alla Francia della documentazione italiana riguardante Nizza e Savoia precedente il 1860.

Quest’ultima imposizione derivava da un antico contenzioso internazionale originato dalla cessione da parte del Regno di Sardegna dei due territori in questione all’Impero francese a seguito della Seconda Guerra d’Indipendenza.

La definizione degli effetti materiali della clausola archivistica impegnò la Commissione franco-italiana incaricata dell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, composta dalle migliori figure di archivisti e di storici nominati dai rispettivi governi nazionali.

Riuniti presso l’Archivio di Stato di Torino, che conservava i fondi in questione, gli esperti discussero in primo luogo i principi generali cui uniformarsi per l’individuazione dei documenti destinati a essere trasferiti, per poi giungere alla decisione sui singoli casi per i quali non si era raggiunta l’unanimità.

Fu l’Accordo tra l’Italia e la Francia relativo agli archivi della Savoia dell’agosto 1949 a sancire definitivamente il destino dei documenti, prevedendo sia la cessione dei documenti italiani alla Francia sia il trasferimento in Italia di documenti legati alla storia nazionale fino ad allora conservati in istituti francesi.

Vincolo spezzato, retrocession. Punti di vista e collaborazione tra Italia e Francia
Bruno Galland, direttore degli Archives du département du Rhône et de la métropole de Lyon- Monica Grossi, direttore Archivio di Stato di Torino

Il Trattato di Parigi del 1947 (e l’accordo del 1949 che ne deriva, così come quello del 1954), avvenuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è l’erede di un’antica concezione della restituzione degli archivi, tanto più che consegue dal Trattato del 1860, volontariamente ambiguo.

È l’ultimo grande trattato internazionale dedicato a trasferimenti di archivi tra Stati già costituiti; fatta eccezione, ben inteso, per disposizioni legate alla decolonizzazione nei decenni seguenti.

Tuttavia, non sono i grandi principi del diritto o dell’archivistica che hanno ispirato questo Trattato (in ogni caso per le disposizioni relative agli Archivi di Torino), ma considerazioni locali (la volontà di disporre di fonti vicine), alle quali si aggiunge senza dubbio dal lato francese, il trauma della perdita degli archivi spagnoli restituiti a Simanca nel 1941. Il fatto è che forse i principi precedenti appaiono fragili.

In seguito, progressivamente, questo trasferimento appare discutibile anche agli Archivi francesi. Robert-Henri Bautier cercherà negli anni seguenti di valorizzare i risarcimenti ottenuti dall’Italia, ossia ricostituire virtualmente l’unità dei fondi con la pubblicazione di una Guide. Infine, nel 1977, in occasione della Conferenza Internazionale della Tavola Rotonda degli Archivi, Charles Kecskémeti non esita a criticare questa condivisione.

Nel frattempo, sono state adottate convenzioni generali tra numerosi Paesi, che hanno fatto emergere nuovi principi. Tenuto conto del ruolo che gli archivi francesi tennero all’epoca presso il Consiglio Internazionale degli Archivi, il ricordo della condivisione degli archivi della Savoia ha certamente svolto un ruolo importante in questa evoluzione. La condivisione del 1947 ha così permesso di accelerare la presa di coscienza di un patrimonio comune e di una collaborazione indispensabile, che è stata avviata in vari modi.

ESITI DEL TRATTATO DI PARIGI SUI FONDI ARCHIVISTICI
Presiede Marco Carassi, già direttore dell’Archivio di Stato di Torino

I fondi archivistici torinesi, memoria di uno Stato sovraregionale
Luisa Gentile- Maria Paola Niccoli, Archivio di Stato di Torino

L’intervento si articola in due parti.

Nella prima, Luisa Gentile illustra sinteticamente le vicende degli archivi dell’antico Stato sabaudo, seguendone i movimenti al di qua e al di là delle Alpi in funzione dello spostamento del centro politico e amministrativo, e l’impatto avuto sul “Tesoro del principe” dal trattato di Parigi. Quali fondi furono maggiormente interessati dalla cessione? Quali, pur contenendo documentazione d’interesse savoiardo o nizzardo, furono risparmiati?

Gli archivisti torinesi reagirono elaborando strumenti che tentavano di ricomporre, almeno sulla carta, la dispersione: una campagna di microfilmatura di proporzioni impressionanti e due volumi, curati da Rosa Maria Borsarelli e Maria Vittoria Bernacchini, che davano conto delle serie colpite dal trattato.

Nel solco del loro operato, l’Archivio di Stato di Torino collabora oggi con gli archivi dipartimentali dell’altro versante alpino con finalità analoghe e mezzi rinnovati dalla rivoluzione digitale.

Nella seconda parte, Maria Paola Niccoli si concentra su un fondo esemplare : l’archivio della Chambre des comptes de Savoye, particolarmente significativo per la sua unitarietà e coerenza documentaria.

Verranno presi in esame, grazie ad un prezioso documento ritrovato in occasione della schedatura di una corposa miscellanea esistente in coda al fondo, sia la modalità di conservazione e di aggregazione delle carte a Chambéry sia il loro trasferimento a Torino dopo la soppressione dell’istituto transalpino nel 1719 e gli interventi del magistrato piemontese che in occasione del suo arrivo predispose gli spazi necessari ad accoglierlo.

Ci si soffermerà anche sugli interventi degli archivisti piemontesi che con il loro lavoro di riordino e di descrizione assegnarono alla documentazione l’assetto tuttora visibile nelle serie documentarie conservate e rimaste in Italia.

Quell’organicità e unitarietà conferite all’archivio fin dal Settecento sarebbero state spezzate dalla pesante sottrazione della documentazione trasferita in Francia in applicazione del trattato di pace del 1947

Il progetto sui fondi delle Materie economiche e delle Materie ecclesiastiche dell’Archivio di Stato di Torino
Daniela Cereia, Université de Savoie Mont Blanc- LLSH Chambéry

I fondi Materie economiche e Materie ecclesiastiche sono l’esito di interventi archivistici operati nel corso del secolo XVIII: furono infatti creati estraendo dalle serie documentarie delle Camere dei conti di Piemonte e Savoia i documenti ritenuti utili per provare diritti del regno di Sardegna. A tali atti, organizzati per materie, e ordinati cronologicamente, furono aggiunti i documenti prodotti nel corso del secolo XVIII dagli ufficiali del Regno. L’organizzazione in nuove serie riguardava egualmente i territori italiani, il Piemonte e i così detti “Paesi di nuovo acquisto”, (Oltre Po Pavese, Lomellina, Alessandrino, Novarese, che comprendeva anche la Valsesia, e l’Ossola), e i territori francesi cioè Savoia e Nizza.

Furono proprio i documenti relativi alle due regioni transalpine l’oggetto della cessione da parte dell’Italia negoziata con il Trattato di Parigi del 1947.

A rischio di trasferimenti degli archivi. Un approccio archivistico e storiografico dei documenti “restituiti” alla Francia
Jean Luquet, Direction des archives, du patrimoine et des musées du département de la Savoie, Chambéry

Gli elementi degli archivi ora conservati negli Archivi dipartimentali della Savoia e in quelli del dipartimento dell’Alta Savoia sono organizzati in grandi gruppi che, fortunatamente, conservano la struttura dei fondi torinesi originali.

Gli Archivi di Corte, i fondi dell’Agenzia Generale delle Finanze, e in particolare i fondi della Camera dei conti di Torino sono fondi degli Archivi camerali. È a questo insieme che appartiene la collezione dei conti dei castellani e dei sussidi, 10352 articoli, la maggior parte dei quali in rotoli di pergamena, ora distribuiti tra gli Archivi dipartimentali della Savoia e dell’Alta Savoia.

Già nel 1954 R. M. Borsarelli pubblicava la serie Nizza e Savoia conservata presso l’Archivio di Stato di Torino. I suoi successori Isabella Massabò Ricci e Marco Carassi hanno prodotto un’opera eccezionale che colloca l’archivio di Torino al centro delle questioni culturali del Piemonte.

Nei due centri di archiviazione della Savoia e dell’Alta Savoia l’inventario degli archivi giudiziari viene ripreso nella Guida degli archivi pubblicata nel 1976 per l’Alta Savoia, e nel 1979 per la Savoia. Gerard Détraz redige poi una Sintesi degli archivi SA e degli archivi sabaudi di Torino (1995), un quadro completo degli archivi condiviso tra Francia e Italia.

Le opere storiche sugli archivi sabaudi hanno sofferto di questa frammentazione: gli storici dell’Università della Savoia sviluppano gli studi sulle origini della Contea di Savoia. Il capitolo principale degli studi storici si sviluppa tuttavia attorno ai conti dei castellani, nel seguito dell’archivio dell’Alta Savoia di Max Bruchet e Robert-Henri Bautier. Ma è di Christian Guilleré il merito di aver lanciato in Francia il movimento molto fruttuoso  di studio e le edizioni delle fonti torinesi.

Abbozzare il futuro sviluppo delle ricerche nelle ex aree di casa Savoia ormai probabilmente in mano agli archivisti, grazie al progresso dei mezzi di digitalizzazione e diffusione: è possibile immaginare un giorno di ricostruire virtualmente e pubblicare i fondi degli archivi dei Savoia materialmente frammentati?

Lo stato dei fondi conservati a Nizza e le esperienze dei ricercatori nizzardi
Yves Kinossian, direttore dell’Archivio Dipartimentale delle Alpi Marittime, Nizza

La questione dei fondi trasferiti dopo il 1947 ai tre Dipartimenti francesi dell’Alta Savoia, della Savoia e della Alpi Marittime pone il problema, per quanto riguarda le Alpi Marittime, delle relazioni tra Torino e Nizza. Una problematica archivistica e una problematica geo-politica.

In primo luogo sotto il profilo archivistico. La questione degli archivi conservati all’Archivio di Stato di Torino per il periodo anteriore al 1860 denota una differenza di scala: si tratta infatti degli archivi del potere sovrano e del territorio piemontese. Gli archivi conservati nei Servizi d’archivio dipartimentali dell’Alta Savoia, della Savoia e delle Alpi Marittime concernono le amministrazioni locali.

Sotto il profilo geo-politico occorre osservare che, oltre allo spostamento della frontiera sul fiume Var, poi sulla linea di cresta nel 1860, includendo il Mercantour, Tenda e Briga nel 1947,la geografia storica mostra che la Contea di Nizza non coincide con il Dipartimento delle Alpi Marittime (formato nel 1860 unendo l’arrondissement di Grasse con la Contea di Nizza), mentre i dipartimenti dell’Alta Savoia e della Savoia hanno uno status storico più omogeneo.

Si tratterà di tre fasi temporali successive:

  1. un nesso quasi indissolubile tra Nizza e Torino (1388-1860)
  2. un nesso archivisticamente indissolubile tra Nizza e Torino (1860-1947/54)
  3. un nesso archivisticamente solubile tra Nizza e Torino (1947-2017).

Ed ora? Degli ostacoli: penuria di ricercatori e carenza di risorse. Quali priorità?

Delle (buone) volontà: archivisti e qualche ricercatore uniti dalla volontà di lavorare insieme.

PARIGI 1947, ROMA 1957: STORIE DI PERSONE E PROSPETTIVE EUROPEE
Presiede Isabella Massabò Ricci, già direttore dell’Archivio di Stato di Torino

“Uno de’ miei predecessori”. Gli archivisti torinesi e la cessione delle carte di Nizza e Savoia.
Leonardo Mineo, Archivio di Stato di Torino

Il contributo intende riflettere sull’impatto che la vicenda della cessione alla Francia delle carte relative a Nizza e Savoia ebbe sull’Archivio di Stato di Torino e su quanti vi operarono.

Analizzando sul lungo periodo le reazioni dello stato maggiore dell’Istituto torinese dinanzi alla questione, aperta nel 1860 e conclusa solo nel secondo dopoguerra, è possibile cogliere continuità e fratture, tradizione e contaminazioni nella vita culturale dell’Istituto torinese.

Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea: la rilevanza dei fondi archivistici privati
Daniela Preda, Università degli Studi di Genova

All’inizio del ’47, l’Italia guardava alla ratifica del Trattato di pace come a una dolorosa necessità che avrebbe permesso al Paese di entrare su un piede di parità e a testa alta nel consesso delle nazioni libere.
Quel trattato, tuttavia, non poneva le basi solo per il ritorno all’assetto internazionale del passato, ma per la costruzione di una nuova dimensione dei rapporti internazionali, fondata su una politica d’integrazione, solidarietà e cooperazione, così come per la ricostruzione del Paese su basi nuove di democrazia, pace e libertà. La pace doveva costituire il fine dell’azione democratica e politica sia all’interno degli Stati che nei rapporti internazionali.
Nel dopoguerra la prima difesa della pace sarebbe passata attraverso la limitazione delle sovranità nazionali e gli sforzi dei governi per costruire l’unità europea. Accanto ai governi, un ruolo fondamentale nel processo di unificazione europea, sarebbe stato svolto da singole personalità e da numerosi movimenti per l’unità europea, sorti in maniera endemica su tutto il continente nel periodo della guerra e nell’immediato dopoguerra.
Ciò ha conseguenze rilevanti sia dal punto di vista storiografico che da quello archivistico e documentario.
Lo studio del processo d’integrazione europea presuppone infatti un’attenzione equamente distribuita al fattore dell”‘iniziativa” (i movimenti europeistici e federalistici) e a quello dell’“esecuzione” (i governi nazionali). Mentre per questi ultimi le fonti archivistiche sono note e hanno in gran parte carattere istituzionale, per quanto riguarda i movimenti e l’azione europeistica di soggetti non governativi manca a tutt’oggi un progetto storico-archivistico mirato alla conservazione delle relative fonti documentarie. Con evidenti ripercussioni anche sulla ricerca: la costellazione vasta e dispersa dei movimenti non e infatti ancora stata oggetto di una ricognizione sistematica sia per la vastità del tema, sia per la difficoltà nel reperire la documentazione in un ambito in cui l’azione pionieristica dei protagonisti mal si conciliava con le necessità della conservazione della memoria.
Negli ultimi decenni, sono nati tuttavia importanti centri di raccolta degli archivi privati di militanti europeisti e di movimenti per l’unità europea, a partire dagli Archivi storici dell’Unione europea, dove dal 1987 (quando venne depositato il fondo archivistico di Altiero Spinelli), la raccolta di fondi privati è stata affiancata alla documentazione storica proveniente dai servizi d’archivio delle istituzioni di Bruxelles e Lussemburgo. Altri Centri di raccolta documentaria sull’integrazione europea — come l’Archivio storico dell’Università di Pavia e la sezione della Biblioteca Bobbio dell’Università di Torino intitolata a Gianni Merlini — sono meno conosciuti, e su questi, in particolare, si sofferma l’intervento qui sintetizzato.

TAVOLA ROTONDA CON I RELATORI E DIBATTITO
Presiede Paola Carucci, già sovrintendente dell’Archivio della Presidenza della Repubblica

Il convegno è realizzato nell’ambito del progetto Manutenzione della memoria territoriale, gestito dall’associazione Amici dell’Archivio di Stato e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo