Un viaggio tra le legature conservate nella Biblioteca dei Regi Archivi.

La prima funzione delle legature è proteggere i fascicoli che compongono un volume e impedirne la dispersione. Nella forma più raffinata, la decorazione dei piatti e del dorso valorizza il contenuto del libro, dichiara il suo prestigio culturale e quello del suo proprietario. Considerate oggetti da collezione sin dal Settecento, solo in tempi recenti le legature sono state riconosciute come beni culturali, da studiare, salvaguardare e restaurare.

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Inizialmente considerate meri supporti impiegati per impedire la dispersione dei fascicoli e, come tali, sostituibili con esemplari più robusti o alla moda ogni qual volta se ne avvertisse la necessità, le legature, soprattutto quelle di pregio, cominciano a suscitare un interesse specifico a partire dal XVIII secolo. Il loro riconoscimento quali beni culturali, da salvaguardare e restaurare, è invece un fenomeno assai recente, conseguenza di una rinnovata sensibilità che presenta il manufatto sotto una nuova luce, evidenziandone il valore di testimonianza storica.

“Abiti dei libri” e opere d’arte, le legature non sono però solo materia e decorazione: hanno valore di “documento”, sono specchio della società e prezioso archivio di informazioni sulla storia sociale e in particolare sull’istruzione, la lettura e, più in generale, lo sviluppo intellettuale dell’uomo.

Questo itinerario virtuale tra gli esemplari più significativi custoditi nella Biblioteca Antica dell’Archivio di Stato di Torino mette in rilievo il diverso modo in cui ogni volume si presenta con il suo involucro, dalla forma più semplice, realizzata per isolare, tutelare e garantire la coesione dei fogli, a quella più raffinata, in cui la decorazione della coperta, dei piatti e dei dorsi diventa elemento caratterizzante del volume.

La Biblioteca dei Regi Archivi, il cui nucleo originario è rappresentato dalle antiche collezioni ducali risalenti al XIII secolo, conserva volumi manoscritti e a stampa dal Medioevo all’Ottocento. La storia di questa raccolta comincia tra Cinque e Seicento quando la biblioteca ducale, che per volontà di Carlo Emanuele I viene collocata nella straordinaria cornice della Grande Galleria, una manica di collegamento tra il castello e il palazzo ducale, deve fronteggiare ben due incendi: l’ultimo, nel 1667, ne determina il trasferimento presso l’attiguo castello. Dopo un periodo segnato da un grande disordine e dalla coabitazione forzata con l’archivio di Corte, la raccolta libraria viene smembrata, per volontà di Vittorio Amedeo II: è così che nel corso del XVIII secolo il ricco patrimonio di libri viene destinato in parte alla Regia Università appena rifondata (1720), in parte alla Congregazione di Superga (1731), per supportare gli studi dei futuri vescovi degli stati sabaudi, e in parte alla biblioteca collocata all’interno del palazzo dei Regi Archivi, per supportare principalmente l’attività di ministri e archivisti.

Ma la Biblioteca dei Regi Archivi integra, in realtà, finalità diverse e diviene anche strumento di comunicazione della magnificenza della dinastia sabauda: le opere qui conservate spaziano infatti dalla religione all’arte, e le pregiate legature con cui si vestono molte di esse esprimono la volontà di disporre di opere esteticamente straordinarie da far ammirare a sovrani e diplomatici di passaggio a Torino.

Oggi la Biblioteca antica, situata nei depositi juvarriani della sezione di Corte, conta circa 8.000 volumi tra manoscritti, codici miniati, cinquecentine e incunaboli.

Legature antiche

Due pagine dell’Epitome in scrittura onciale

Iniziamo il nostro percorso con due tra le opere più antiche presenti nel patrimonio librario di questo Istituto: l’Epitome divinarum institutionis di Lactantius Firmianus (Jb.II.27) e la Biblia magna della Novalesa (Jb.I.15). Proveniente dal monastero di San Colombano di Bobbio, l’Epitome del Lattanzio, preziosissimo volume in scrittura onciale del VI-VII secolo, è legato con pergamena rigida anonima, cioè priva di decori, su cartoni a fogli, verosimilmente del XV-XVI secolo.
A questo rarissimo manoscritto è possibile affiancare un’edizione a stampa di epoca posteriore, maggiormente curata nelle rifiniture (Jb.VII.7). L’opera, edita a Venezia nel XV secolo, è un esempio di legatura veneziana in pelle marrone, decorata a secco su tavolette bisellate internamente. Le condizioni di conservazione rendono tuttavia problematica la leggibilità del decoro.

I piatti lignei originali, sostituiti al momento del restauro e conservati insieme al manoscritto

Manoscritto membranaceo in scrittura minuscola dell’inizio dell’XI secolo, la monumentale Bibbia della Novalesa, che racchiude l’Antico ed il Nuovo Testamento, giunse probabilmente negli archivi di Corte insieme ai documenti dell’abbazia della Novalesa, soppressa in epoca napoleonica.

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera ve ne è uno proprio connesso alla sua legatura: durante il restauro all’interno dei piatti (gli elementi rigidi che formano la coperta) in legno sono stati rinvenuti due ritagli di pergamena e 8 fogli cartacei.

Le pergamene ritrovate nei piatti della coperta

I due primi ritagli riportavano alcuni brani della vita di Abbone, fondatore dell’abbazia, insieme ad altre note relative alla Novalesa; gli otto fogli cartacei erano invece pagine di una grammatica del XIV-XV secolo comprensiva di esercizi di traduzione dal dialetto piemontese al latino.

La Cité de Dieu

Il dorso della legatura della Cité de Dieu, in velluto

Manoscritto membranaceo realizzato in scrittura gotica rotunda del XV secolo, l’opera, risalente al 1466, traduce dal latino al francese un testo ben più antico, il De Civitate Dei di Sant’Agostino, scritto tra il 413 e il 426.
Le sue preziose miniature istoriate, poste all’inizio di ciascun capitolo allo scopo di preannunciarne l’argomento, sono state probabilmente eseguite da una bottega di miniatori di Bruges, mentre l’elegante legatura in velluto rosso, con borchie di rame dorato ad alto rilievo, è quella tipica dei libri di Antonio di Borgogna.
L’opera originariamente è composta da due volumi che, conservati separatamente, vanno incontro a destini diversi:

Particolare delle borchie

il primo, custodito presso la Biblioteca Nazionale Universitaria, viene gravemente danneggiato durante l’incendio del 1904, mentre il secondo, ricompreso nel patrimonio librario della Biblioteca dei Regi Archivi, si presenta oggi in buono stato di conservazione e, nella sua veste originale, aiuta a ricostruire le sembianze dell’esemplare compromesso.

Una descrizione risalente al 1898, redatta in occasione della Mostra d’Arte sacra a Torino, restituisce fedelmente le fattezze della legatura originale del testo conservato in Archivio di Stato, in cui è ancora possibile osservare le borchie di rame dorato e il pelo di trama che, sebbene consumato sui piatti, rivela traccia dell’aspetto originario e della vivacità del colore nei punti in cui le borchie sono mancanti e il velluto sottostante si è conservato meglio.

La Bottega dei legatori

L’attenzione dei Savoia nei confronti del loro patrimonio librario è una caratteristica che ricorre nei secoli e trova compiuta espressione nella scelta di valorizzare le raccolte anche attraverso la sostituzione di legature logore o non rispondenti alle mode del tempo. Nel XVIII secolo Vittorio Amedeo II costituisce a questo scopo la Bottega dei legatori dei Regi Archivi, dando vita ad un’iniziativa senza precedenti nel panorama europeo dell’arte della legatoria.

Particolare dello stemma di Vittorio Amedeo II sul volume della Cosmografia di Tolomeo

Sono straordinari esempi dell’attività di questi artigiani la Cosmografia di Tolomeo, 1482 (Jb.III.6); l’Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura di Mercatore, 1606 (Y.II.4); l’Arcano del mare di Robert Dudley, 1647 (Z.III.1).

Queste opere, di grande formato, sono accomunate dalla fattura della legatura, realizzata in pelle di scrofa decorata da cornice con nodi d’amore (o nodi Savoia) e motto FERT, e con stemma al centro del piatto raffigurante l’arma di Vittorio Amedeo II, re di Sicilia e poi di Sardegna.

Le Antiquitates

Caso particolarmente curioso, la storia della legatura dei 30 volumi di Pirro Ligorio. L’opera, che riveste sempre un grande valore agli occhi dei Savoia, viene acquistata sul mercato antiquario romano da Carlo Emanuele I per 18.000 scudi con una diversa legatura rispetto a quella attuale. Probabilmente, a causa dell’uso a cui erano stati sottoposti ripetutamente i volumi per trarne copie da inviare ai molti richiedenti, la legatura originale viene sostituita una prima volta nel 1644, per ordine di Cristina di Francia e successivamente nel XVIII secolo, a seguito dell’acquisto di altri 4 tomi da parte di Vittorio Amedeo II, per annullare la discontinuità che si era venuta a creare tra le diverse legature: la rilegatura globale, quella con la quale i tomi ci sono stati tramandati, è realizzata in pergamena rigida avoriata con doppio riquadro di filetti ai piatti, fioroni pointillés accantonati e armi di Vittorio Amedeo II.

Committenza sabauda

La necessità di formare la classe dirigente, accrescere la cultura e le conoscenze del principe e sostenerne l’attività di governo sono le ragioni che inducono i Savoia a commissionare opere di carattere scientifico e umanistico per oltre tre secoli. La Biblioteca dei Regi Archivi rivela però che la committenza sabauda è animata anche da altri interessi e dal desiderio di possedere opere di eccezionale bellezza che diano lustro alla famiglia, come testimonia la presenza dei lussuosi codici miniati del cardinale Della Rovere acquistati da Carlo Emanuele I nel 1592.

Nonostante la tripartizione del patrimonio librario operata in epoca Settecentesca, manoscritti di inestimabile valore che non riguardavano, nello specifico l’attività di governo, erano confluiti nella Biblioteca dei Regi Archivi. La ragione è da ricercarsi nella maggior sicurezza offerta dal luogo di conservazione e dal valore simbolico attributo ad alcune opere, quali il codice di Lattanzio e la raccolta di Pirro Ligorio che Carlo Emanuele I si era assicurato con grande esborso di denaro. La Biblioteca antica conserva un ingente numero di legature che riflettono la passione naturalistica, l’interesse per l’araldica e l’amore per la poesia di questo principe e durante il suo regno si contano continue e consistenti addizioni.
È il caso della legatura in pelle a riquadri, alle armi di Carlo Emanuele I sull’opera Observationes practicae Imperialis camerae, 1595 (P.III.4): su pelle rossa, fasci di filetto a secco e due dorati descrivono una cornice in cui si alternano nodi d’amore e doppia C intrecciata. Una rosellina accantonata esterna e una composizione di fiorone e volute completano la decorazione del piatto.

Legature d’Archivio

Legatura a long stitch in un registro del fondo Paesi, Sardegna

Molto comuni e diffuse in ambito archivistico sono le legature chiamate “long stitch” o “a punto lungo”. Si tratta di cuciture, generalmente realizzate su coperta in cartoncino rinforzata con pelle allumata e senza nervi, che consentivano di ancorare i fascicoli alla copertina in modo rapido. Rispetto alle legature presentate nelle sezioni precedenti, si caratterizzano per la semplicità di realizzazione e per la pressochè totale assenza di raffinatezza, sottolineata dal filo di cucitura, visibile all’esterno.

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