L’archivio del leggendario allenatore della nazionale di calcio Vittorio Pozzo.

Agende piene di annotazioni su eventi calcistici e vicende private, fotografie, fonogrammi con cui inviava le corrispondenze ai giornali, schede dei giocatori, lettere di dirigenti e tifosi… Un “archivio quantitativamente straripante”, versato dagli eredi all’Archivio di Stato di Torino.

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Stile Pozzo, il calcio in giacca e cravatta

Giovanni De Luna, “La Stampa”, 26/09/2017

Vittorio Pozzo è una leggenda del calcio italiano. Alla guida della Nazionale vinse due titoli mondiali (1934 e 1938), un oro olimpico (1936) e due Coppe internazionali, nel 1930 e 1935. Prima era stato un buon calciatore, militando, fino al 1911, nelle file del Torino, una società alla quale rimase sempre legato: toccò a lui, in quel tragico 4 maggio 1949, il pietoso compito di riconoscere i corpi dei giocatori devastati nello schianto dell’aereo a Superga. In seguito, sia come autorevole dirigente sia come giornalista sportivo, tra i più stimati e competenti, continuò a seguire assiduamente le vicende del calcio. Morì il 21 dicembre 1968, a 82 anni.

Pozzo fu dunque un protagonista assoluto di tutti gli eventi calcistici che si susseguirono nella prima metà del Novecento, e accompagnò questa attività con la meticolosa raccolta di una imponente mole di documentazione. Annotava, catalogava, conservava: fotografie, biglietti di invito, menù dei pranzi sociali, i fonogrammi con cui inviava le sue corrispondenze ai giornali, le schede dei singoli giocatori, le lettere di dirigenti e tifosi, le relazioni ufficiali con le autorità politiche… Le sue agende coprono per intero gli anni 30 e 40, con annotazioni di viaggi e vicende private, ma anche di eventi importanti come la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, o i bombardamenti di Torino nell’autunno del 1942. Un archivio quantitativamente straripante, ora versato dai suoi eredi all’Archivio di Stato di Torino e in larga parte già inventariato. Un insieme di documenti in grado oggi di restituirci pagine molto importanti della nostra storia, non solo calcistica.

Proprio per il rilievo assunto dalle gesta della sua Nazionale, Pozzo ebbe infatti un rapporto assiduo con il regime fascista, attento custode della missione propagandistica affidata agli Azzurri da Mussolini. Questo tuttavia non gli impedì, tra il 1943 e il 1944, di adoperarsi – assieme al Cln di Biella – nel salvataggio di molti prigionieri inglesi. Più in generale il suo archivio racconta un calcio molto diverso da quello di oggi: un tifo in giacca e cravatta, una campagna acquisti senza le percentuali dei procuratori, un insieme di valori comportamentali che oggi appaiono irrimediabilmente anacronistici.

Il 29 settembre 1949, «in via riservata e confidenziale», un gruppo di tifosi gli scriveva chiedendogli di fare a Boniperti «un paterno sermoncino» per invitarlo a «modificare il suo tenore di vita serale», evitando la compagnia di «quel tale segretario di Parola», il quale tutte le sere lo portava «in giro allo strapazzo». Il 15 marzo 1950, una lunga lettera di «molti sportivi di Biella e Ponderano» – suo paese natale – intercedeva in favore del «concittadino Ermanno Scaramuzzi, giocatore della Juventus, già della Biellese», perché, «anche solo per una volta… fosse in prima squadra».

A Pozzo scrivevano tutti, tifosi, calciatori, dirigenti. È del 25 novembre 1947 una lettera di Luciano Mari, allora ventenne e destinato, in realtà, a diventare una colonna della Juve che vinse lo scudetto 1951-52, in una fantastica mediana con Parola, Ferrario e Piccinini («da anni gioco al foot-ball e sono in forza alla società Juventus ma purtroppo […] non è possibile fare strada perché troppi intoppi si trovano […]. Dato appunto che nella mia società non trovo una sistemazione la pregherei voler vedere, nell’ambito delle conoscenze e forse delle richieste che lei può avere, se le è possibile sistemarmi»).

Mentre risale al 4 agosto 1936 un biglietto di Giovanni Mazzonis, diventato presidente della Juve dopo la scomparsa di Edoardo Agnelli («noi cederemmo Varglien II alla Lazio che lo vuole a ogni costo; ma solo se potessimo avere un sostituto di valore») che gli chiede informazioni sulle prestazioni di un giocatore, Sandro Puppo del Piacenza (futuro allenatore della squadra, in uno sfortunatissimo campionato del dopoguerra).

Infine, tra le tante altre, una lettera datata 8 luglio 1947, da Sestri Levante, che lo invitava a una conferenza e si concludeva con una frase («oltre al disturbo che vi arreco, non volendo che Vi disturbiate maggiormente, accludo il francobollo per la risposta») che ci lascia una struggente nostalgia per quel calcio e per quel mondo. Ovviamente, in un archivio di così grande rilievo, non c’è solo il calcio; vi aleggia lo spirito del tempo, quasi che quei documenti racchiudano un intero clima culturale.

È così, ad esempio, per i «21 punti» firmati, nel 1950, da Jesse Carver, l’allenatore inglese della Juventus che allora, con Parola, Boniperti, Muccinelli e altri fuoriclasse, vinse il campionato. Si tratta di un insieme di norme etico-comportamentali («evitare l’uso di linguaggio scorretto o, anche, men che dignitoso, ed in modo particolare quello delle bestemmie»; «frequentare il meno possibile le sale da ballo, caffè, locali o ritrovi pubblici»; «non ricorrere se non come passatempo saltuario, anche durante le lunghe trasferte, a giuochi di carte»), mischiate ad altre che raccomandano la puntualità, la morigeratezza a tavola, l’amicizia con i compagni di squadra, il rispetto dell’autorità dell’allenatore e dei dirigenti.

È un documento che ci dice molto sulla storia della Juve, ma ci dice moltissimo anche sull’Italia di quel tempo. Un paese che, dopo l’ebbrezza dell’immediato dopoguerra, si era riscoperto bigotto, sessuofobico, autoritario; parrocchie e conventi erano i punti di riferimento di un assetto politico ancora poco laicizzato, molto legato alla Chiesa, sensibile alle istanze teocratiche del pontificato di Pio XII. Il perbenismo legalitario che ispirava allora lo «stile Juventus» rispecchiava i comportamenti collettivi della stragrande maggioranza degli italiani che votavano per la Dc, sedotti dal messaggio rassicurante trasmesso da De Gasperi, fiduciosi in un futuro che si annunciava all’insegna del benessere e della tranquillità sociale. Pochi anni dopo il boom economico si incaricò di spazzare via molti di questi atteggiamenti.

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Articolo pubblicato il 26 settembre 2017 sul quotidiano “La Stampa” (che si ringrazia per la gentile concessione)