Il “Regolamento per gli Archivi Governativi di Torino” del 1871 (Archivio dell’Archivio m. 73, fasc. 280) garantisce per la prima volta a chiunque ne faccia richiesta il libero accesso alla sala di studio dell’Archivio.

NEL PATRIMONIO
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Il 9 giugno è la Giornata internazionale degli archivi. L’ICA (International Council of Archives) ha istituito questa ricorrenza nel 2007 scegliendo il giorno in cui nel 1948, sotto l’egida dell’UNESCO, fu creato il Consiglio internazionale degli Archivi. In questa ricorrenza, per valorizzare il patrimonio archivistico e sensibilizzare il pubblico sull’importanza dei documenti e sulla necessità di fornire l’accesso alle fonti, approfondiamo la storia dell’apertura al pubblico del nostro Istituto, riscoprendo il Regolamento degli Archivi Governativi di Torino approvato 150 anni fa.

Il contesto: i Regi Archivi dalla Restaurazione all’Unità d’Italia

Orario per gli impiegati dei Regi Archivi nel 1822: “alla mattina dalle ore nove, infino ad ora una dopo mezzogiorno. Alla sera dalle ore quattro infino alle sette”.

Nella prima metà del XIX secolo i Regi Archivi di Corte sono ancora preclusi al grande pubblico: in base al Regolamento emanato nel 1822, che descrive i regi Archivi come deposito dei documenti più preziosi, “meritevoli di gelosa custodia”, il re può concedere, a particolari e stringenti condizioni, la consultazione delle carte a privati cittadini per la tutela dei propri diritti, oppure a eruditi di chiara fama per motivi di studio. A seguito dell’istituzione con Regio brevetto del 1833 della Deputazione sopra gli studi di Storia Patria, il re Carlo Alberto concede anche ai “deputati” l’accesso alle carte degli archivi e delle biblioteche del Regno, suscitando però lo sdegno degli archivisti regi che a quella data si oppongono ancora fermamente alla libera consultazione dei documenti da parte del pubblico. Per tradizione infatti i Regi Archivi, istituzione strumentale al governo dello Stato, erano anche considerati un “tesoro del Principe” che raccoglieva la documentazione utile a testimoniare la storia e i diritti della monarchia regnante: l’accesso ai documenti era mediato dall’intervento del regio archivista, che valutava le richieste di consultazione e le loro eventuali implicazioni politiche, arrivando anche a nascondere quei documenti che non si riteneva lecito o conveniente mostrare.

Con l’emanazione dello Statuto Albertino nel 1848 i Regi Archivi cambiano la loro denominazione in Archivi Generali del Regno e cominciano a coordinare le attività di tutti gli archivi provinciali. Sotto la direzione di Ignazio Somis di Chiavrie, a partire dal 1850 si registrano i primi segni di un interesse all’apertura al pubblico: va in tal senso l’ipotesi di istituire “una sala comune ad hoc, dove verrebbero ammessi li richiedenti in giorno fisso e coll’assistenza di uno degli impiegati delli archivi che sarebbe incaricato di somministrar li documenti addomandati e li chiarimenti necesari” e il progetto di “riforma totale degli antichi inventarii e la successiva formazione di un catalogo generale diviso per materie, cotanto raccomandata in un ben ordinato archivio”, (ASTo, Archivio dell’Archivio, reg. 40, Registro segreto di lettere e memorie dei Regi archivi di Corte, III, p. 63, 1851). La creazione dello Stato unitario e l’istituzione nel 1862 della Direzione Generale degli Archivi del Regno, dalla quale dipendono gli istituti archivistici dei territori annessi, favorisce l’esportazione di queste intenzioni e buone pratiche: negli Archivi milanesi ad esempio nel 1871 un nuovo regolamento sancisce definitivamente la consultazione libera (dietro autorizzazione del direttore) per ragioni di studio “dei documenti d’Archivio (…) antichissimi od anche solo anteriori al secolo XVIII” o delle “carte [che] spettano ad un’epoca moderna, e non sono d’indole politica o diplomatica”, mentre per la documentazione più recente occorre il permesso del Ministero dell’Interno.

Marzo 1871: il nuovo Regolamento

La Direzione Generale degli Archivi Generali opera fino al 1870 quando, con Regio Decreto, ne viene decretata la soppressione a favore del Ministero dell’Interno, che ne assume le attribuzioni. L’Archivio di Torino viene così privato delle funzioni di coordinamento dell’intera amministrazione archivistica nazionale. Il 1 gennaio 1871 viene istituita la Direzione degli Archivi Governativi di Torino, affidata nel dicembre 1870 a Nicomede Bianchi (politico e studioso di origini emiliane, trasferitosi a Torino già nel 1860) che ne consolida il ruolo di pubblica istituzione al servizio della ricerca storica. Il 20 marzo del 1871 il Ministero dell’Interno approva il nuovo Regolamento interno per gli Archivi di Torino, inviato da Bianchi l’8 marzo precedente.

Il Regolamento è così strutturato: i primi dieci articoli contengono le disposizioni generali (orari di apertura e regole di comportamento per gli impiegati), gli articoli dall’11 al 18 le indicazioni relative alle funzioni di Direttore Capo e al Direttore Capo di Divisione e quelli dal 19 al 26 l’organizzazione del servizio interno. Gli articoli dal 27 al 35 si occupano “Degli studiosi che vogliono fare ricerche e copie, e degli ufficiali d’assistenza, e di vigilanza nella sala di studio” e quelli dal 36 al 39 “Delle copie di documenti per i privati”; gli ultimi articoli normano infine l’uso della Biblioteca, l’insegnamento della Scuola e l’Economato.

Il regolamento garantisce per la prima volta a chiunque ne faccia richiesta il libero accesso alla sala di studio: la richiesta, presentata su apposita scheda firmata, deve riportare l’oggetto delle ricerche e deve essere approvata dal Direttore Capo.

L’Ufficiale delegato ispeziona la sala studio, controlla il regolare svolgimento delle operazioni di consegna del materiale richiesto e coordina il loro degli addetti all’assistenza degli studiosi. Questi ultimi si occupano della “sorveglianza attiva” della sala di studio e sono “incaricati di vegliare che non abbiano a patire alcun detrimento carte preziose”. L’articolo 30 avvisa inoltre lo studioso che “è vietato d’usare acidi per aiutare la lettura di caratteri svaniti” e che “a far lucidi e calchi si richiede un permesso speciale del Direttore Capo”. Il regolamento consente in ogni caso agli studiosi di richiedere copie dei documenti, dietro pagamento di una tassa che viene riscossa dall’ufficiale Economo.

Nell’ordine di servizio allegato al regolamento si legge anche: “Fra i doveri che incombono agli archivisti, primo ed essenzialissimo è quello di curare la conservazione delle carte affidate alla loro custodia. Pertanto onde allontanare sempre più la possibilità che alcun documento vada disperso o smarrito fuori della sua propria sede, il Direttore sottoscritto nel mentre richiama gli ufficiali di quest’Archivio alla rigorosa osservanza delle disposizioni del regolamento dirette a questo fine[…]”.

Pochi anni dopo con il Regio Decreto del 25 maggio 1875, n. 2552, che stabilisce l’ordinamento generale degli Archivi di Stato, viene uniformata la normativa per l’accesso ai documenti conservati in tutti gli Archivi di Stato italiani.

Le sale di studio dell’Archivio oggi: dall’alto in basso le Sezioni Riunite e la Sezione Corte

Nicomede Bianchi pubblica nel 1881 Le carte degli archivi piemontesi (Fratelli Bocca, Torino), nella cui Avvertenza spiega: “Gli studiosi sono ammessi gratuitamente a far ricerche, letture e copie per uso letterario o scientifico, purché ne richiedano licenza per iscritto […]. ma, non prima di ventiquattro ore dopo la fatta richiesta, gli studiosi ricevono i documenti nella sala di studio, che rimane aperta cinque ore di ciascun giorno non festivo. […] Spetta al dirigente la sala di studio di prestarsi a dare a coloro che la frequentano le informazioni e le notizie di cui abbisognano, i libri dei quali fanno richiesta, e di rendere fruttuose e facili le loro richieste […].” E, a commento, ricorda: “…si manifesta ovunque un forte bisogno di ritornare sul passato, del quale gli Archivi di ogni sorta sono i custodi primari e più fedeli. Ma se fu lecito il dire che in Italia non v’è sasso senza memoria, non sarà men lecito l’asserire che non vi è Archivio, anche di un paesello, il quale non porti il suo contributo alla storia“.