MOSTRA E VISITA VIRTUALE

Archivio di Stato di Torino
23 dicembre 2020

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LA VISITA VIRTUALE

In occasione del Natale l’Archivio di Stato di Torino presenta un tour virtuale sul tema delle festività e delle celebrazioni, mai come oggi al tempo stesso desiderate e temute, condividendo con i suoi visitatori una scelta di libri e documenti che raccontano tante occasioni di festa dei secoli passati. L’obiettivo della mostra è quello di apportare un contributo di serenità e bellezza in questo periodo travagliato senza dimenticare però che non siamo i primi a vivere questi momenti con attesa mista a preoccupazione: anche nel passato a volte le ricorrenze potevano essere vissute con fermento unito al timore di disordini e incidenti.

Fuochi di gioia, feste di corte e apparati trionfali

Per secoli a Torino le feste legate a eventi particolarmente significativi per la dinastia sabauda (nascite, battesimi, matrimoni, ingressi di ospiti stranieri), sono organizzate in funzione celebrativa, per creare consenso e meraviglia nel popolo e per rafforzare legami familiari e alleanze.

GEROLAMO CATTANEO
Avvertimenti et essamini intorno a quelle cose che richiedono a un perfetto bombardiero, così circa all’artiglieria, come anco a’ fuochi arteficiati
Presso Altobello Salicato, Venezia 1582
Biblioteca antica, Z.VIII.13
Volume in quarto, 39 pagine, con illustrazioni xilografate

Tipico carattere dell’erudizione del XVI secolo, la necessità di catalogare ogni aspetto del sapere e del saper fare umano influisce anche sul mondo delle feste e delle celebrazioni. Il trattato sull’arte di utilizzare le polveri per produrre armi e fuochi artificiali è opera di Gerolamo Cattaneo, architetto militare di origine novarese, in attività prevalentemente in area lombarda tra 1540 e 1584. Studioso di idraulica, balistica e arte militare si dedica ampiamente alla sperimentazione in tutti questi campi, come dimostra quest’opera a stampa pubblicata nel 1567 come rielaborazione di una redazione precedente riveduta ed ampliata, che sarà  nuovamente pubblicata a Venezia presso Altobello Salicato nel 1582. Il trattato di Cattaneo illustra gli aspetti chimici dell’uso dei fuochi, le fasi della preparazione e i diversi tipi di fuochi razzi e bombe utilizzabili in campo bellico.
Col passare del tempo, e in particolar modo tra il XVII e XVIII secolo, le feste e gli avvenimenti pubblici in tutta Europa iniziano ad essere abbelliti da “fuochi di gioia e di allegrezza”: nel Settecento in particolare compaiono sul mercato librario sempre più frequentemente opere dedicate all’arte pirotecnica applicata all’organizzazione di eventi mondani, in concomitanza con lo sviluppo di vere e proprie “scuole” regionali di esperti dell’arte dei fuochi artificiali.

LEANDRO BOVARINI
Poesie nelle nozze del duca Carlo Emanuele P.mo I coll’infante D.na Catterina d’Austria
1584
Matrimoni della Real Casa, m. 20, n. 15
Codice cartaceo con imprese miniate a piena pagina

Il poeta Leandro Bovarini, membro dell’accademia perugina degli Insensati, soggiorna alla corte sabauda e si reca in Spagna per il matrimonio del duca sabaudo con l’infanta di Spagna, celebrato nel marzo del 1585. Bovarini dedica agli sposi questa raccolta di versi:  il volume, legato in pergamena e riccamente decorato, a partire dal frontespizio che reca l’arma dipinta dei Savoia, contiene dieci poesie (sonetti, madrigali, canzoni) accompagnate da imprese dipinte con motti in latino, spagnolo e francese e incorniciate in oro. Le liriche testimoniano la cultura araldica e le conoscenze magico-esoteriche dell’autore e celebrano il matrimonio tra il duca di Savoia e l’erede del re di Spagna, raffigurando auguri di prosperità secondo il gusto tardo-manierista a cui la coppia si ispirerà durante tutto il proprio regno. I cartigli con mascheroni, ghirlande floreali e animali ricordano il diffuso gusto per le grottesche che sempre più spesso di incontrano nei cicli decorativi realizzati sul finire del XVI secolo in tanti castelli piemontesi (Fossano, Ozegna, Vinovo, Lagnasco e Manta).

Relatione de gli apparati et feste fatte nell’arrivo del Serenissimo sig. duca di Savoia con la Sereniss. infante sua consorte in Nizza, nel passaggio del suo Stato, et finalmente nella entrata di Turino
Appresso l’herede del Bevilacqua, Torino 1585
Biblioteca antica, I.VII.1
Volume in quarto, 12 pagine, con iniziali xilografate

I festeggiamenti organizzati nel 1585 per il viaggio di Carlo Emanuele I e di Caterina di Spagna da Nizza a Torino contribuiscono a dare forma a un particolare gusto nell’organizzazione delle feste sabaude, con l’erezione di archi trionfali, la realizzazione di iscrizioni e l’invenzione di macchine effimere lungo tutto il percorso degli sposi, fino alla messa in scena di caroselli, balletti e tornei che si svolgono in città al loro arrivo. La tradizione dell’ingresso trionfale degli sposi risale già a Emanuele Filiberto, che ne 1563 arriva a Torino accolto da archi ornati di pitture e iscrizioni latine: è durante il XVII secolo però che gli apparati allestiti per festeggiare gli eventi più importanti per la famiglia regnante, quali nascite, battesimi, matrimoni e ingressi di ospiti stranieri, cominciano ad essere pensati per sorprendere gli spettatori, oltre che per creare consenso e rafforzare legami familiari e alleanze. Il duca stesso si adopera per la buona riuscita delle celebrazioni, cimentandosi nella scrittura di poesie e canzoni in italiano, latino, francese e spagnolo, partecipando ai tornei e ai balli come cavaliere e danzatore, realizzando disegni e progetti per macchine sceniche e spettacoli. Di sua invenzione sono il torneo e la giostra organizzati in occasione delle nozze delle due figlie Margherita e Isabella con Francesco IV Gonzaga e Alfonso III d’Este: l’importanza politica del doppio matrimonio viene sottolineata durante i festeggiamenti celebrando la storia del casato sabaudo e le virtù guerriere dei suoi rappresentanti più illustri.
Le relazioni ufficiali dei festeggiamenti sono solitamente affidate a famosi accademici, che realizzano narrazioni raffinate degli eventi in edizioni solitamente distribuite nel circuito delle corti straniere.

La gloria delle corone delle Margherite. Festa a cavallo per le nozze della sereniss(ima) Madama Margherita di Savoia e del serenissimo Ranuccio Farnese duca di Parma e di Piacenza, l’anno MDCLX
Per Bartolomeo Zavatta, Torino 1660
Biblioteca Antica, H.VI.18
Volume in quarto, 75 pagine, con iniziali xilografate

Nel 1660 Margherita Violante, figlia del duca Vittorio Amedeo I di Savoia e di Cristina di Francia, venne data in sposa a Ranuccio Farnese, duca di Parma. A Torino l’evento fu celebrato con un balletto, e con una festa equestre (come voleva la tradizione sin dal tardo Medioevo) allestita in piazza Castello. Il volume riporta il programma e i testi scenici di questa festa, incentrata con tipica “arguzia” barocca sul nome della sposa e sui fiori araldici delle due dinastie: la rosa di Savoia, il giglio dei Farnese, ma anche il giglio di Firenze, per Margherita de’ Medici madre della sposa, e il giglio di Francia, per Cristina madre dello sposo. Corone di margherite avrebbero cinto gli “heroi” vincitori della competizione, entro un giardino simbolico arricchito da archi trionfali. Alle azioni teatrali e musicali partecipavano gli aristocratici più in vista della corte, impersonando eroi dell’antichità o virtù e concetti astratti: uno spettacolo “totale” e “cortigiano” tipico dell’epoca e molto praticato anche alla corte sabauda.
Non diversamente da quanto era avvenuto a Torino, anche nella città emiliana si sarebbero svolti grandi festeggiamenti, come si conveniva per colei che avrebbe dovuto dare un erede al duca.

BENEDETTO FERROGGIO
Facciata del Palazzo di S.A.S.ma il Sig.[no]r Principe di Carignano, coll’Illuminazione da farsi al mede[si]mo, all’Occasione delle Feste di Giubilo per la solenne intrata in questa Dominante di S.A.R. la sig.[nor]a Principessa di Piemonte
s.d. ma XVIII sec.
Carte topografiche e disegni, Palazzi reali e altre fabbriche regie, Torino, Palazzo Carignano, m. 1, n. 1
Disegno a inchiostro e matita su carta, 240×585 mm

Il disegno è una delle poche testimonianze giunte fino a noi che attestano lo stato e la configurazione della facciata principale di Palazzo Carignano. Eseguito dall’architetto Benedetto Ferroggio su progetto di Benedetto Alfieri (di cui Ferroggio è collaboratore fidato), ci mostra l’illuminazione dell’edificio in occasione dei festeggiamenti tenuti nel salone  d’onore per le nozze dell’infanta di Spagna Maria Antonia Ferdinanda con il duca di Savoia Vittorio Amedeo III celebrate nel 1750. Gli edifici principali della città sono illuminati, vengono organizzati balli, rappresentazioni teatrali e concerti: Si afferma nel XVIII secolo l’idea della celebrazione dell’evento di corte come momento di meraviglia, rappresentazione del potere e divertimento destinato anche al pubblico cittadino: seguendo una tradizione di ascendenza spagnola, approdata in Piemonte anche attraverso l’insegnamento juvarriano, gli apparati effimeri non si concentrano in un unico luogo, ma si sovrappongono alla città interamente, trasformandola in una scena diffusa. Il coinvolgimento diretto del popolo durante appositi momenti di intrattenimento prefigura quanto si consolida alla fine del secolo durante la rivoluzione francese, con l’organizzazione da parte delle autorità dei banchetti patriottici e l’erezione degli alberi della libertà.

GIUSEPPE BARTOLI, BALDASSARRE GALUPPI
La vittoria d’Imeneo. Festa da rappresentarsi nel Regio Teatro di Torino per le nozze delle A.A.R.R. di Vittorio Amedeo duca di Savoia, e di Maria Antonia Ferdinanda infanta di Spagna, l’anno MDCCL
Stamperia Reale, Torino 1750
Biblioteca antica, H.VII.68
Volume in quarto, 68 pagine, con tavole fuori testo

Il 31 maggio 1750, nell’antica prevostura di San Lorenzo di Oulx, Vittorio Amedeo III di Savoia, erede al trono del Regno di Sardegna, sposò l’infanta Maria Antonia di Borbone, figlia del re di Spagna Filippo V. Il matrimonio, come la maggior parte delle unioni dinastiche, fu dettato da ragioni politiche: l’alleanza tra la monarchia spagnola, ancora potente anche se in piena decadenza, e quella recente e in ascesa dei Savoia. La scelta dell’insolita località rappresentò il simbolico completamento del processo di inclusione dell’Alta Valle di Susa, divenuta territorio sabaudo solo nel 1713, all’interno del Regno sardo. I sontuosi festeggiamenti che si accompagnarono alle nozze si protrassero per molti mesi, a partire dal dicembre 1749, tra Madrid e Torino. Seguendo un rituale preciso e ormai consueto, gli eventi offerti ai sudditi, soprattutto scenografiche illuminazioni di edifici e “fuochi di gioia”, si alternarono a momenti riservati alla corte e alla nobiltà: balli, spettacoli teatrali, pranzi.  In particolare, fra i mesi di aprile e luglio i festeggiamenti previdero l’allestimento di cinque rappresentazioni teatrali e musicali: “Fetonte sulle rive del Po”; “Le tre Dee riunite per le nozze delle Altezze Reali  di Vittorio Amedeo Duca di Savoia e di Maria Antonia Ferdinanda Infanta di Spagna”; “L’Asilo d’amore”; “L’Armida placata”; “La Vittoria d’Imeneo”. Opera del padovano Giuseppe Bartoli (1717-1788), il componimento “La Vittoria d’Imeneo” è una “festa teatrale”, vale a dire un’opera lirica di argomento mitologico o allegorico. Venne rappresentata al Teatro Regio di Torino con musica del veneziano Baldassarre Galluppi (1706-1785) e scenografie disegnate dai fratelli Bernardino, Fabrizio e Giovanni Antonio Galliari. L’opera prende spunto dalle repentine nozze di Alessandro Magno con Rossane, figlia del satrapo di Battriana, per celebrare allegoricamente il trionfo dell’amore (Venere) e del matrimonio (Imeneo) sulla guerra  (Marte) e sulle lettere (Urania) che fino a quel momento avevano dominato nel cuore del re macedone: un tipico esempio di quelle raffinate composizioni settecentesche destinate alle feste di un pubblico colto ed aristocratico.

FILIPPO CASTELLI
Macchine per fuochi di gioia e architetture effimere
1777 ca.
Archivio Castelli-Berroni, Disegni, cartella 1, f. 15
Disegni a matita, inchiostro e acquerello

L’architetto Filippo Castelli, nato a San Damiano d’Asti nel 1738 e morto a Torino intorno al 1820, è ricordato per aver progettato importanti edifici, sacri e civili, sia nella capitale sia nella provincia piemontese: tra questi si ricordano a Torino la chiesa dell’Ospedale di San Giovani Battista, diversi abbellimenti di palazzi nobiliari e l’ampliazione del Palazzo di città.
Come consueto per gli architetti dell’epoca, Castelli produsse diversi apparati effimeri, come macchine per “fuochi di gioia”. Tra i disegni qui proposti, uno è riconducibile con certezza al conferimento della porpora cardinalizia al savoiardo Giacinto Sigismondo Gerdil, avvenuta nel 1777: un successo politico per il re di Sardegna, che avrebbe avuto un valido appoggio alla corte di Roma. Il festeggiato è celebrato da un’iscrizione al centro della composizione, sormontata in alto da un cappello rosso da cardinale.
Gli altri due disegni mostrano architetture centrate su una sorta di tempietto a più piani. Nel secondo, alcune note a matita indicano i soggetti (non è chiaro se inanimati o impersonati da attori) che dovevano popolare la scena: “concordia ed amore, discordia incatenata” ; “variante con satiri e cose allegoriche e nuove”.

MARIO QUARINI
Illuminazione e feste fattesi d’ordine di S.M. il Re di Sardegna Vittorio Amedeo III la sera delli 17 e 20 ottobre 1773 al Reale Palazzo di Stupiniggi
Carte topografiche e disegni, Palazzi reali e altre fabbriche regie, Stupinigi, m. 2
Album di disegni

Pur se dipinta solitamente come più austera rispetto ad altri modelli coevi, la Corte sabauda di Antico Regime non disdegna affatto gli eventi mondani: alla presenza dei Savoia e si svolgono feste, balli, celebrazioni e svaghi. Teatro privilegiato di tali manifestazioni, di solito limitate al circoscritto ambiente aristocratico, ma talora aperte ad una più ampia condivisone, pur se puramente passiva, da parte del popolo, con l’intento di rinforzare il legame tra la dinastia e i sudditi, sono i palazzi della “Corona di delizie”. La Palazzina di Caccia di Stupinigi viene progettata e costruita a partire dal 1729 dagli architetti Filippo Juvarra, Giovanni Tommaso Prunotto, Benedetto Alfieri e Ludovico Bo come edificio destinato allo “svago nobile della caccia dei principi”, dalle dimensioni abbastanza contenute rispetto ad altri palazzi sabudi quali la Reggia di Venaria,. Ben presto la palazzina viene scelta dai Savoia come una delle sedi preferite per le feste di Corte, anche se non raggiungerà mai l’importanza di altri palazzi, quali il Castello di Moncalieri o, appunto, la Reggia di Venaria. Tra gli eventi mondani che vedono protagonista la Palazzina di Stupinigi, uno dei più importanti è costituito sicuramente dai festeggiamenti avvenuti il 17 e 20 ottobre 1773 in occasione del matrimonio tra Maria Teresa di Savoia, figlia del re Vittorio Amedeo III, e il conte Carlo Filippo d’Artois, futuro re Carlo X di Francia. La cerimonia consiste tra il resto in un grande ballo tenuto nella sala centrale della Palazzina di Caccia, in spettacoli di fuochi artificiali e in uno scenografico allestimento del lungo viale rettilineo che collega direttamente l’edificio a Torino (gli attuali Corso Unione Sovietica e Via Sacchi): lungo l’intero tragitto, illuminato, vengono distribuiti otto archi, il primo dei quali particolarmente solenne, e i lati della strada sono decorati senza soluzione di continuità con piedistalli, colonnine, colonne ed altri ornamenti. Come memoria degli apparati utilizzati per questa celebrazione, l’architetto Mario Quarini, ideatore dell’evento, ha lasciato un album di dieci tavole che raffigura tutti gli aspetti scenografici di quella festa: dalla pianta e facciata della palazzina al disegno del salone addobbato per il ballo; dalla raffigurazione della macchina per i fuochi d’artificio a quella di archi, colonne, piedistalli ed altri ornamenti distribuiti lungo il vialone; fino ad una raffigurazione del viale stesso “ornato per l’illuminazione” in direzione della Porta Nuova di Torino.

GIUSEPPE BATTISTA PIACENZA
Alzati della sala da ballo da allestire per la festa di nozze di Vittorio Emanuele, duca d’Aosta e Maria Teresa d’Austri in Progetto con due disegni dell’Architetto di S.M. Piacenza riguardo alla sala più adatta per la festa di ballo da darsi in Corte all’occasione del prossimo matrimonio di S.A. Reale il Duca d’Aosta colla Reale Arciduchessa d’Austria
5 marzo 1789
Matrimoni della Real Casa, m. 54, n. 3
Disegno a inchiostro e acquerello su carta, 380×540 mm

L’architetto Giuseppe Battista Piacenza (Torino 1735 – Pollone 1818) era un allievo di Benedetto Alfieri, nominato nel 1757 soprastante dei Palazzi reali di Torino e nel 1777, in seguito alla morte del maestro, primo architetto di Corte di Sua Maestà, carica che mantenne fino alla Restaurazione.
Nel 1789 Piacenza si occupò insieme al collega Carlo Randoni degli allestimenti dell’appartamento per il secondogenito del re, Vittorio Emanuele duca d’Aosta (futuro Vittorio Emanuele I) e la sposa Maria Teresa d’Austria; e dovette provvedere anche alla loro festa di nozze.
L’etichetta prevedeva un ballo, che da tradizione fu allestito a Palazzo Reale nella Sala delle guardie. Piacenza sottopose al re una soluzione per la distribuzione dei sedili per le dame e per i grandi di corte, in numero di 232; inoltre, una galleria accanto al trono avrebbe ospitato su due logge gli ambasciatori e 50 dame, tra forestiere e provinciali, dietro alle quali potevano prendere posto i numerosi cavalieri, in piedi. Altri cavalieri sarebbero stati in una seconda galleria, insieme alla “numerosa orchestra”. Nel mezzo, lo spazio per danzare sarebbe stato di “due trabucchi abbondanti” per lato (circa 6 metri): era più che sufficiente per un ballo di corte, non collettivo ma strutturato in una successione di coppie di ballerini, che occupavano il centro della sala secondo un preciso ordine gerarchico.

Veduta del circo costrutto in Torino nella piazza S. Secondo per gli spettacoli de’ fuochi d’artifizio il 19 e per la corsa de’ cavalli il 22 maggio 1834 in occasione delle feste per l’anniversario dell’arrivo del Re
Presso i fratelli Reycend, Torino 1834
Carte topografiche e disegni, Serie III, Torino, m. 2, n. 1
Incisione all’acquaforte, 400×540 mm

La stampa documenta un apparato effimero realizzato a Torino nella prima metà dell’Ottocento, ovvero il grande anfiteatro per le corse dei cavalli allestito nella prima piazza d’Armi della città. La piazza viene realizzata nel 1817 tra corso Matteotti, via Volta, l’attuale via Camerana, via Assietta e l’attuale corso Galileo Ferraris, su disegni dell’architetto Gaetano Lombardi, ed è destinata alle esercitazioni militari e alle adunate popolari: dopo la metà del secolo la piazza d’Armi viene riallocata a sud della cittadella e successivamente spostata di fronte all’area oggi occupata dal Politecnico.
L’allestimento del 1834 celebra il ventennale del ritorno dei Savoia nei loro Stati dopo l’esilio sardo durante l’occupazione francese del Piemonte. Le feste si protraggono dal 17 al 25 maggio, con acrobati e saltimbanchi, spettacoli pirotecnici e spettacoli teatrali. L’incisione raffigura la grande corsa di cavalli che si svolge in piazza d’Armi il 22 maggio: nella parte inferiore del foglio sono illustrati i particolari del padiglione regio e delle tribune, il costume del fantino e l’apparato per l’esecuzione dei fuochi d’artificio, raffigurante il tempio della pace.
Il modello utilizzato per i festeggiamenti è quello inaugurato in periodo napoleonico, in cui si combinano aspetti apertamente celebrativi dell’autorità, come i fuochi artificiali e le messe solenni, con momenti dedicati al divertimento del pubblico, quali l’allestimento di alberi della cuccagna, i giochi e le corse ippiche.

LUIGI CIBRARIO
Le feste torinesi dell’aprile MDCCCXLII descritte dal cavaliere Luigi Cibrario
Stabilimento tipografico Fontana, Torino 1842
Biblioteca nuova, p.IV.16
Volume in ottavo, 123 pagine, 12 tavole litografiche fuori testo

In occasione delle nozze (celebrate il 12 aprile) del duca di Savoia e futuro re di Sardegna Vittorio Emanuele con la cugina Maria Adelaide arciduchessa d’Austria, tutta la città si mobilita per diversi mesi; i palazzi e le piazze sono illuminati a festa, vengono organizzati un ballo mascherato a Palazzo Reale e giochi nautici sul Po, si innalzano alberi della cuccagna e palchi per lotterie.
Il 22 aprile in piazza San Carlo si svolge un gran torneo, in un anfiteatro appositamente allestito intorno al monumento a Emanuele Filiberto. Il disegno dello steccato e del Padiglione Reale è opera dell’architetto Leoni: nel volume sono illustrati anche i costumi dei cavalieri appartenenti ai diversi ordini (Costantino, San Lazzaro, Savoiardi, Piemontesi e Rodi) che formano le quadriglie. I giochi ricordano gli spettacoli organizzati nel 1326, quando i cavalieri savoiardi e piemontesi accompagnarono in Oriente Giovanna di Savoia, figlia di Amedeo V, che andava in sposa a Andronico Paleologo il Giovane, imperatore di Costantinopoli.
Negli anni Quaranta del secolo proprio l’editore Fontana contribuisce a diffondere in ambito letterario un certo gusto “medievaleggiante” e filo-dinastico, pubblicando a partire dal 1841 le dispense sulle Famiglie nobili della monarchia di Savoia dello storico sardo Vittorio Angius, illustrate da Enrico Gonin e sempre nel 1842 la Storia della Monarchia di Savoia dello stesso Cibrario.

Tra pubblico e privato: celebrazioni politiche, civili e religiose

Il calendario delle festività civili e religiose è sempre stato estremamente ricco e articolato. Balli e feste negli Stati sabaudi rappresentano non soltanto un’occasione di gioia e allegria, ma talvolta anche momenti in cui le normali regole della convivenza civile erano in parte o del tutto ignorate, con conseguente aumento di atti criminosi e reati.

Relatione delle feste rappresentate da S.A. Serenissima e dal Seren.mo principe di Piemonte questo Carnevale
Torino, presso Luigi Pizzamiglio 1618
Biblioteca antica, I.III.34
Volume in quarto, 34 pagine

Al termine della guerra del Monferrato, durata ben cinque anni, il duca Carlo Emanuele I e i suoi figli fecero ritorno a Torino. Poterono così riprendere con una certa cadenza le celebrazioni festive, a cominciare dal genetliaco del duca. Le feste, organizzate dal duca stesso e dal figlio Vittorio Amedeo, principe di Piemonte, si dipanarono per un mese intero, dal 22 gennaio sino al Carnevale, con mascherate, corse in slitta, un balletto, un torneo e un banchetto. Il balletto, offerto dal principe di Piemonte il giorno del compleanno del padre, fu il momento centrale: il tema erano i Quattro elementi e furono invitate tutte la dame della città, che si recarono a corte ostentando i loro sfarzosi abiti lungo la contrada di Po. In un salone del castello (l’attuale Palazzo Madama), sopra un palco, comparvero quattro sfere raffiguranti i quattro elementi, dalle quali tra lampi e rulli di tamburo uscivano danzatori bizzarramente abbigliati, che inscenavano una pantomima e recitavano versi in onore del duca e della dinastia.
Il 25 febbraio fu la volta del banchetto, ideato dal duca stesso che lo intitolò La sfera di cristallo e lo dedicò alle dame. Nel casino annesso al nuovo Palazzo ducale, in una sala ovale e decorata interamente di specchi, un meccanismo faceva ruotare le pareti permettendo di cambiare le tavole che erano loro addossate e creando uno straordinario effetto visivo. Era il progressivo prevalere degli spettacoli al chiuso rispetto a quelli allestiti in spazi aperti, come i tornei, la cui centralità sarebbe stata scalzata dall’arrivo a Torino di Cristina di Francia (1620) e dei balletti figurati.

Compendioso ragguaglio delle solenni feste celebrate nella Città di Torino, nel radoppiato giubilo per la dichiarazione della pace, e della esaltazione del reale sovrano Vittorio Amedeo al trono della Sicilia
Per Pietro Giuseppe Zappata, Torino 1713
Biblioteca antica, I.VIII.54
Volume in quarto, 58 pagine e due tavole fuori testo

Alla firma del Trattato di Utrecht nel 1713 il duca di Savoia Vittorio Amedeo II diventa re di Sicilia: per celebrare l’avvenimento il 23 settembre viene realizzata a Torino in piazza Castello una “Machina de’ fuochi artificiali” su disegno dell’architetto Gian Giacomo Plantery, il cui funzionamento e significato allegorico sono descritti nel volumetto a stampa conservato in Biblioteca. La macchina è a pianta triangolare in rimando alla forma della Sicilia e tre sono anche le statue allegoriche situate ai vertici della balaustra perimetrale, che rappresentano la Savoia, il Piemonte e la Sicilia. Nel primo livello della struttura un grande quadro raffigura lo sbarco del re sull’isola, evento ricordato anche dalla grande targa commemorativa posta al secondo livello: a chiudere la struttura una copertura piramidale al cui vertice si trova la Fama con la tromba, una corona d’alloro e un cartiglio che esorta a celebrare il sovrano. I fuochi di gioia vengono accesi dal re stesso stesso tramite una miccia fatta scendere da una finestra di Palazzo Madama una miccia a forma di aquila.
La città partecipa alla celebrazione dell’evento (i disegni da cui sono tratte le incisione realizzate da Bartolomeo Giuseppe Tasnière per l’edizione del 1713 sono conservati dall’Archivio Storico della Città) finanziandone il progetto. I festeggiamenti diventano nel XVIII secolo un momento di celebrazione della città stessa: il Compendioso ragguaglio contiene infatti alcune pagine che descrivono Torino, la sua storia e la sua conformazione, consuetudine condivisa con le coeve guide realizzate per i visitatori che partecipano al Grand Tour, di cui la capitale sabauda è ormai divenuta una delle mete. Il Municipio però, pur occupandosi della realizzazione degli apparati, rinuncia ad allestire la macchina davanti al Palazzo di Città, in una sorta di omaggio delle autorità civiche al sovrano.

Relazione del Conte Torini di Quincinetto del risultato dalle Informazioni prese attorno i fatti seguiti in Casale in occasione del Ballo fattosi La Sera dell’ultimo giorno di Carnovale in Casa del Marchese Millo…
1724
Materie criminali e di Alta Polizia, m. 25, n. 2
Fascicolo cartaceo

Feste e balli, occasioni di gioia e allegria, si trasformano spesso, specie in mondi come quello dorato dell’aristocrazia di Antico Regime, in occasioni per far sfoggio, talora in maniera arrogante e prepotente, della propria preminenza sociale: ne conseguono in molti casi scontri e litigi che a volte degenerano in veri e propri fatti criminosi.
Quando avvengono fatti di tal genere, i resoconti delle indagini condotte dalle pubbliche autorità per ricostruire l’accaduto offrono spaccati di interesse eccezionale, vere e proprie finestre aperte sul passato in grado di mettere in evidenza momenti particolari della vita di tutti i giorni, come dettagli minuti sull’organizzazione e lo svolgimento di balli e feste nel XVIII secolo.
É il caso di una relazione redatta dal conte Torrini di Quincinetto sulle indagini svolte a Casale Monferrato nel 1724 a seguito dell’accusa di “sprezzo fatto in pubblico al Governo” rivolta dal governatore della città, marchese di Castagnole, al marchese Natta e al conte Coppa, conseguenza di una lite scoppiata la sera del martedì grasso.
L’accaduto è molto semplice e di poco conto: la lunga disputa per garantirsi i servigi di un violinista ai rispettivi balli di fine Carnevale porta a un litigio a distanza che spinge i due accusati, che per primi si erano garantititi i servigi del musicista, a compiere azioni sprezzanti, tra cui la rottura in pubblico del violino, nei confronti del governatore di Casale, che con un atto di imperio aveva a sua volta preteso la partecipazione del violinista al suo ballo.
L’occasione consente però di vedere da vicino i festeggiamenti del Carnevale casalese dell’anno 1724: balli frequentissimi, il documento li attesta almeno per il sabato, la domenica e il martedì grassi; feste a tutte le ore, dal pomeriggio alla notte inoltrata fino a giorno fatto; cene nel cuore della notte; balli nelle abitazioni dei nobili destinati solo a “dame e cavalieri” ed altri nelle case di comuni cittadini in cui la nobiltà si mescola con “donzelle ed artigiane”; orchestrine composte da cinque fino a sette elementi, prevalentemente violini e bassi.
Sotto il tono apparentemente futile e leggero, il documento cela uno scontro per la preminenza sociale fra i vari protagonisti, per i quali la festa diviene un pretesto per rivendicare le proprie prerogative: il governatore che, insieme ai suoi alleati, pretende di far valere l’autorità di cui è investito dallo Stato anche per faccende che investono la sfera privata; la nobiltà locale che, forte del diritto di precedenza sull’ingaggio del musicista, sfrutta il ballo per opporsi all’autorità pubblica; in mezzo, il povero violinista oggetto del contendere, del quale la relazione e le deposizioni dei testimoni mostrano chiaramente l’estremo imbarazzo di trovarsi, anello debole, nel mezzo di questo conflitto fra potenti.

Sentenze del Senato di Piemonte
1745
Senato di Piemonte, Sentenze criminali, v. 32, c. 254, n. 238
Registro

Balli e feste negli Stati sabaudi rappresentano un’occasione di gioia e allegria, ma spesso anche momenti in cui le normali regole della convivenza civile vengono in parte o del tutto ignorate, con conseguente aumento di atti criminosi e reati.
Senza contare i reati che fanno da contorno al giorno festivo, ad esempio regolamenti di conti, furti e borseggi, intrusioni di ladri in case lasciate incustodite, è l’occasione stessa della festa a spingere alcune persone ad agire, più o meno consapevolmente, contro la legge, con conseguenze spesso drammatiche.
Le fonti giudiziarie, soprattutto le sentenze criminali del Senato di Piemonte dei secoli XVIII e XIX, testimoniano ad esempio il malcostume degli uomini di recarsi alle feste armati, nonostante l’esplicito divieto della legge di andare in giro con un’arma, con conseguente accusa di “delazione” di pistola, coltello o fucile. Peggio ancora, spesso quelle armi venivano adoperate, con esiti spesso tragici.
Si usavano nelle molte risse che scoppiavano in occasione delle feste, come quella avvenuta a Pradleves il 6 dicembre 1736 “mentre si danzava nella casa di Tommaso Marco hoste”, durante la quale Spirito Garnerone ferì con un “colpo di coltello sotto l’ascella sinistra” Giuseppe Migliore, che più tardi sarebbe morto. Ma venivano adoperate anche per un’insana e poco opportuna manifestazione di gioia e di allegria: così il 3 marzo 1737 Giovanni Domenico Anselmino di Lauriano si presentò al ballo della domenica grassa di Carnevale con la pistola alla cintola, arma che non esitò poi a utilizzare per sparare nella via pubblica; medesimi colpi “per allegria” che Pietro Maria Bellisomo di Rivarone pensò bene di esplodere in chiesa, durante la Messa di Natale del 1741, ferendo “accidentalmente” una persona, o che gli amici di uno sposo spararono “per allegrezza” nel 1761, durante il corteo nuziale da Favria a Rivarolo, provocando “sebbene accidentalmente…tre ferite sovra la coscia destra” ad uno degli stessi colpevoli.
La volontà di festeggiare spingeva talvolta a contravvenire ai divieti delle autorità: nel 1761, ad esempio, diversi abitanti di Cossano furono multati di dieci scudi d’oro ciascuno per “aver contravvenuto all’inibizione […] delli 4 agosto 1759 di formare ballo e suonare ad esso nel seguente giorno delli 5 detto mese, in cui dovevasi celebrare la festa della Cappella detta della Madonna della Rovere”.

Stato delle feste che si osservano in Piemonte, in Parigi e nelle diocesi di Geneva e Piacenza
1766
Materie ecclesiastiche per categorie, cat. XXXIV Feste, m. 1, n. 7
Fascicolo cartaceo

L’equilibrio tra festa e lavoro è una problematica millenaria, che in Antico Regime era strettamente legata all’osservanza delle feste religiose da parte della società civile. L’obbligo religioso implicava l’astensione domenicale e festiva dal lavoro, sulla base del terzo comandamento (“sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro) (Esodo 20, 8-10), trasposto al contesto cristiano. La complessità originaria del precetto, memoria della creazione del mondo, della liberazione dall’Egitto e della resurrezione di Cristo, imponeva una tregua alla fatica quotidiana ed equivaleva a un’affermazione di libertà da un lavoro vissuto come imposizione ineluttabile e totalizzante. Con la progressiva moltiplicazione delle feste di precetto, però, la sua trasposizione in un obbligo civile creò un serio problema economico e sociale, per la collettività come per i singoli individui.
Il governo sabaudo – con un approccio che risentiva di una nuova sensibilità economica, di stampo illuministico – fece stilare nel 1766 questo prospetto numerico delle feste che si dovevano osservare in Piemonte e in tre importanti diocesi nazionali ed estere, Parigi, Ginevra (Annecy) e Piacenza. I piemontesi dovevano fare i conti con ben 87 feste, quasi tre mesi di astensione dal lavoro, contro 79, 70 e 67 degli altri casi. Nei decenni successivi il governo si adoperò con la curia romana per ottenere la riduzione dei giorni festivi: ne è un esempio il breve di Pio VI d’abolizione di alcune feste e digiuni negli Stati sardi di terraferma, eccettuata la Savoia (1786), conservato nello stesso mazzo, al fascicolo 9.

Lettere concernenti la dichiarazione della corte di Vienna di non voler più rispondere alle lettere di buone feste che i cardinali scrivono alla medesima
1767, con documenti fino al 1795
Cerimoniale, Lettere, m. 3 d’addizione, n. 28
Fascicolo cartaceo

Nel 1767 la corte di Torino apprendeva che l’imperatrice Maria Teresa d’Austria e suo marito Francesco Stefano avevano stabilito di non rispondere più alle lettere di buone feste inviate loro dai cardinali, considerandole di pura cerimonia: le Loro Maestà Imperiali, tramite i propri rappresentati diplomatici, si premuravano di far spiegare adeguatamente agli interessati la decisione presa.
A Torino ci fu chi pensò di imitare l’esempio viennese, “e di far argine all’inondazione di complimenti che diluviano per ogni menoma cosa”: anche perché era successo che qualche prelato o nobile avesse fatto un uso abusivo e fuori contesto delle lettere ricevute in risposta dai Reali sardi. Certo, la scomoda usanza serviva a “mantenere la relazione di società tra gli uomini distanti di clima, d’interessi, di grado e di professione” e altrimenti privi di qualunque rapporto reciproco: ma era sempre e comunque un’usanza “seccante” per mittenti e destinatari e un aggravio per segretari, scrivani, in generale per tutti coloro che erano addetti alla corrispondenza.
Ci si può fare un’idea parziale della mole di auguri che arrivava alla famiglia reale grazie agli elenchi di mittenti romani – cardinali e nobili della corte pontificia – datati tra il 1787 e il 1794 e inseriti successivamente nel fascicolo.

Ricordo di famiglia – Fasti torinesi. Entusiasmo di gratitudine e riconoscenza della popolazione di Torino a S.M. Carlo Alberto per la promulgazione delle nuove riforme, il mattino del giorno 3 novembre 1847 in occasione della sua partenza per Genova
1847
Stampe risorgimentali, cartella 1, n. 2
Litografia, 415×312 mm

Tra il 1846 e il 1847 Carlo Alberto, con Pio IX e Leopoldo II di Toscana, era divenuto – pur restando un sovrano assoluto – il riferimento dei liberali italiani e di tutti coloro che auspicavano l’indipendenza della penisola dall’Austria. Il 29 ottobre 1847 il sovrano firmò una serie di leggi che ammodernarono l’ordinamento amministrativo dello Stato e concedette una limitata libertà di stampa; il 3 novembre firmò i preliminari per una lega doganale con lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana, facendo salire le aspettative dei ceti medi e popolari. La “Gazzetta piemontese” il 30 ottobre annunciò le riforme. Così lo stesso 3 novembre, in partenza per il soggiorno annuale in Liguria, il re fu salutato dai torinesi con un arco di trionfo e passò a cavallo tra due ali di una folla entusiasta; l’indomani venne accolto trionfalmente in una Genova illuminata e imbandierata a festa.
È in questo periodo che si rafforza l’opinione pubblica, espressa attraverso giornali, manifesti, opuscoli e incisioni accessibili a modico prezzo. Ne è un esempio questa litografia, stampata a memoria dei festeggiamenti torinesi: il re è raffigurato in partenza da Torino, mentre in basso è riportato l’”inno nazionale” Con l’azzurra coccarda sul petto, su testo di Giuseppe Bertoldi e musica di Luigi Felice Rossi, “cantato per la prima volta in detta epoca dalla gioventù torinese”. Le parole inneggiano alla fratellanza degli italiani, pronti a combattere la tirannide sotto la guida di Carlo Alberto, divinamente ispirato e alleatosi con il papa (“Carl’Alberto si strinse con Pio / il gran patto fu scritto lassù”).

Apparato per il solenne Te Deum cantato a Torino in ringraziamento della nuova Costituzione, addì 27 febbraio 1848
1848
Stampe risorgimentali, cartella 1, n. 6
Litografia, 320×420 mm

Accanto alle feste tradizionali e a quelle di matrice religiosa, a partire dalla Rivoluzione francese si sviluppano sempre più frequentemente celebrazioni e feste di natura civile, collegate ad eventi particolari della Nazione, volte a cementare nei cittadini il senso di appartenenza allo Stato.
Nel Regno di Sardegna il 1848 è un anno fondamentale dal punto di vista dello sviluppo delle libertà civili: concessione dei diritti civili e politici ai Valdesi e agli Ebrei e, soprattutto, promulgazione dello Statuto Albertino.
Con lo Statuto, prima Costituzione del Regno di Sardegna, destinata a divenire anche la prima Carta Costituzionale dell’Italia unita fino all’entrata in vigore dell’attuale Costituzione della Repubblica Italiana nel 1948, il re Carlo Alberto riconosce per iscritto ai “regnicoli” i principali diritti di cui godevano, definendo nel contempo i più importanti doveri cui erano soggetti.
Promulgato il 4 marzo, lo Statuto Albertino viene annunciato circa un mese prima, l’8 febbraio 1848, da un manifesto, che suscita grande entusiasmo popolare a Torino e in tutto lo Stato: il Consiglio Comunale di Torino ad esempio, stabilisce di erigere un monumento a Carlo Alberto, che ringraziando declina.
Finalmente il 27 febbraio, vincendo le iniziali ritrosie, il re acconsente a che sia celebrata per la prima volta una festa in onore dello Statuto Albertino, che tra le altre celebrazioni prevede un solenne Te Deum di ringraziamento nella Chiesa della Gran Madre di Torino, il cui solenne apparato è raffigurato nella stampa d’epoca qui riportata.
Mantenuta per gli anni successivi al 1848, con l’Unità d’Italia la Festa dello Statuto viene spostata alla prima domenica di giugno e si fa coincidere con la Festa dell’Unità Italiana. Ancora in epoca fascista, quando ormai lo Statuto Albertino era stato del tutto delegittimato, la festa della prima domenica di giugno continua ad essere celebrata.

La celebrazione del primo centenario dell’Unità d’Italia
Comitato nazionale per la celebrazione del primo centenario dell’Unità d’Italia, Torino 1961
Archivio del Comitato Italia ’61 di Torino, m. 101
Volume in brossura, 685 pagine, illustrato

Il volume illustra le numerosissime manifestazioni organizzate in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia dal Comitato promotore costituito dal Municipio di Torino fin dal 1957. Per il centenario si allestiscono infatti in città la Mostra storica dell’Unità d’Italia (a Palazzo Carignano), la Mostra delle regioni italiane (tra il Valentino e Moncalieri) e l’Esposizione internazionale del lavoro e vengono realizzati edifici, padiglioni, gradini ed aree verdi, un Luna park, la monorotaia, l’Ovovia e un servizio di motonavi diesel sul Po, grazie all’intervento di alcuni dei più noti architetti del tempo (Gabetti e Isola, Levi Montalcini, Nervi, Rigotti, Sottsass). Le manifestazioni, che si svolgono a partire dal 1° maggio e fino al mese di ottobre, attirano a Torino circa 5 milioni di persone. Tra le molte iniziative, collegandosi alla Mostra storica dell’Unità, l’Archivio di Stato di Torino organizza la Mostra del Vecchio Piemonte, che documenta la vita dello Stato sabaudo attraverso i suoi documenti, ottenendo dal Comitato i fondi necessari per restaurare i saloni juvarriani del piano terreno del palazzo degli Archivi, per l’allestimento e l’esposizione e per la stampa del catalogo.
L’archivio del Comitato conservato dall’Archivio di Stato comprende registri dei verbali del Comitato, contabilità, registri di protocollo, disegni progettuali (relativi al Palazzo dello Sport, al Palazzo del Lavoro, al padiglione del Ministero del Lavoro ed Enti provvidenziali), atti inerenti la costituzione e l’attività del Comitato, verbali, documentazione relativa al personale, appalti e collaudi. Documentazione relativa alle attività del Comitato è anche conservata dall’Archivio Storico della Città di Torino.

Tante volte Natale

Il Natale a corte è sempre stata una faccenda seria: la Biblioteca antica dell’Archivio lo testimonia con i manoscritti che custodisce, nei quali si trovano tanti rimandi preziosi al tema della nascita di Cristo. Per i tempi più recenti presentiamo le grafiche realizzate dalla Tipografia Marchisio per i biglietti di auguri della Fiat.

Livre de laudes et dévotions
prima metà sec. XV
Biblioteca antica, Jb.II.21 bis, foglio 72r
Codice pergamenaceo in caratteri gotici e miniature
ff. I, 6 + 302, 290×190 mm

Manoscritto membranaceo in caratteri gotici, il Livre de laude et dévotions appartiene alla categoria dei libri d’ore, volumetti il cui scopo era accompagnare la preghiera quotidiana personale. Si tratta di opere che derivano dal breviario e che venivano confezionate ad hoc per i committenti, generalmente ricchi aristocratici che le apprezzavano più per il loro significato sociale (erano infatti oggetti prestigiosi e di gran valore), che per la loro funzione prevalente, ossia il raccoglimento interiore e l’adorazione. Realizzato attorno al 1420, il codice entrò a far parte delle collezioni ducali a seguito dell’acquisto dal canonico di Saint Jeoire da parte di Carlo Emanuele III. La magnificenza dell’opera è espressa dall’elevata qualità della pergamena e dalla raffinatezza della decorazione. Le 35 scene che accompagnano la preghiera sono inserite in una doppia cornice dorata ed arricchite da motivi vegetali, animali e figure antropomorfe. Nelle prime pagine è riportato il cosiddetto Calendario del libro d’ore, un calendario liturgico nel quale compaiono, per ogni mese dell’anno, due piccole finestre, collocate in basso e in alto, contenenti, rispettivamente, la miniatura del segno zodiacale del mese e scene di vita quotidiana e rupestre che caratterizzano quella frazione di calendario. Data l’importanza delle sue dimensioni e lo stato di conservazione, è possibile ipotizzare che l’opera non servisse per la preghiera ma fosse conservata come oggetto di pregio. Nel foglio 72r è riportata la splendida miniatura della Natività. Nella scena, che domina i tre quarti dello spazio, sono ben visibili tutti i protagonisti: in primo piano Maria, con le braccia incrociate sul petto, guarda il bambino con devozione; san Giuseppe, sul lato opposto, tiene le mani giunte in segno di preghiera; accanto alla mangiatoia il bue e l’asinello riscaldano il piccolo mentre ai lati della capanna due pastori si affacciano per vedere il Bambino. Dio Padre, all’interno di un sole dorato, manda la sua benedizione. La scena è inserita in una doppia cornice circondata da un’architettura con intrecci arabeschi e fitoformi.

Officium Beatae Virginis
Secc. XIV-XV
Biblioteca antica, Jb.II.34, foglio 44v
Codice membranaceo miniato, in scrittura gotica settentrionale
ff. 118, 200×130 mm

L’opera fu realizzata tra il XIV e il XV secolo e decorata da due miniatori, un primo avignonese, che intervenne tra il 1370 e il 1385, ed un secondo originario della Francia settentrionale, che vi lavorò tra il 1440 e il 1450. Il volume contiene 172 iniziali decorate e 13 miniature a piena pagina, circondate da ricche decorazioni fitomorfe. Solo 12 miniature sono coeve all’opera; la scena raffigurante l’Annunciazione si ritiene aggiunta ed estranea alla composizione del volume: forse di provenienza avignonese, fu eseguita nel periodo in cui la città fu sede della residenza papale e cuore della cultura europea del Trecento. Il libro entrò a far parte delle collezioni sabaude con Carlo Emanuele III, che lo acquistò dal canonico di Saint Jeoire Sigismond Touttemps. Piccolo nelle dimensioni e contenuto nel numero delle pagine, questo Libro d’ore rappresenta una raffinata edizione da tasca, facile da trasportare e pratica da consultare, adatta quindi ad accompagnare le orazioni quotidiane in qualsiasi luogo o momento della giornata: la presenza di segni di usura visibili al suo interno sono infatti chiari indizi di un utilizzo costante. I tempi delle preghiere sono scanditi da miniature che corrispondono all’argomento dei testi. Nell’opera compaiono molte raffigurazioni del tempo del Natale: la Natività nel foglio 44v, l’Annuncio ai pastori nel foglio 48v e l’Adorazione dei Magi nel foglio 52v. Nella scena della Natività, racchiusa in una doppia cornice dorata, Gesù è deposto su un fascio di paglia scintillante all’esterno della capanna; a lui, sono rivolte le attenzioni di Maria, in ginocchio e con le mani giunte in segno di preghiera, e di Giuseppe, che appare in secondo piano, alle spalle della Madonna. Dall’alto, scende sotto forma di colomba la benedizione di Dio Padre in un contesto che attribuisce chiaramente più importanza al tema religioso che alla rappresentazione di ambienti e paesaggi. La decorazione, delicata nei colori e nelle forme, caratterizzata da intrecci di rami e fiori, fa da sfondo alla scena.

Messale di Domenico Della Rovere
1481-1483
Biblioteca Antica, J.b.II.4, pars III, foglio 146r
Codice membranaceo in tre tomi, con miniature di scuola italiana
372×263 mm

L’opera, in scrittura gotica liturgica italiana, fu commissionata a Roma da Domenico Della Rovere (1440-1501), membro della famiglia dei signori di Vinovo, nominato da Sisto IV cardinale nel 1478 e successivamente vescovo di Torino nel 1482. Negli anni che trascorse a Roma, in qualità di cardinale e cubiculario del pontefice, ebbe l’incarico di celebrare le funzioni religiose in presenza del papa, nella cappella interna alla sua residenza. Conscio dell’importanza che l’incarico rivestiva, il Della Rovere sentì l’esigenza di servirsi di un messale che fosse all’altezza del luogo e del contesto; commissionò quindi la realizzazione di un esemplare di pregio, che fu prodotto in 4 volumi da artigiani della città tra il 1481 e il 1483. Alla sua morte, i 4 tomi furono ereditati dalla famiglia e successivamente acquistati da Carlo Emanuele I dopo il 1593. Il primo, già mancante in epoca napoleonica e finito sul mercato antiquario, è conservato, dai primi del Novecento, alla Pierpont Morgan Library di New York. I tre volumi custoditi nella Biblioteca Antica dell’Archivio di Stato di Torino sono dedicati rispettivamente ai seguenti eventi: Ceneri e domenica delle Palme; Settimana Santa; principali solennità dal giorno di Pasqua sino ad Ognissanti, con messa dei defunti e della dedicazione della Chiesa. La splendida miniatura presente nel foglio 146r della pars III raffigura la Vergine, assisa in trono, con in braccio il Bambino. Il testo e la raffigurazione dell’episodio liturgico sono inseriti in un’architettura arricchita da motivi fitoformi dai vivaci colori blu, rosso e oro. L’immagine corrisponde all’argomento della preghiera: [Salve, san]cta parens, eníxa puérpera regem, qui coelum terramque regit in saecula sæculorum. Virgo, Dei Genitrix, quem totus non capit orbis, in tua se claus[it víscera factus homo]. Salve, o Madre santa, tu premurosa puerpera hai partorito il re che governa il cielo e la terra nei secoli dei secoli. Vergine, Madre di Dio, colui che il mondo non può contenere, si è fatto uomo nelle tue viscere. Il testo si ricollega alla profezia di Isaia, probabilmente raffigurato a fondo pagina all’interno di un medaglione bordato di rosso: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7:14), annuncio ripreso da Matteo nel suo Vangelo: “Tutto ciò avvenne affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emanuele’, che tradotto vuol dire: ‘Dio con noi’” (Mt 1:22,23).

Missale Romanum per Raffaele Riario
1513-1517 circa
Biblioteca Antica, J.b.II.5, foglio 7r
Codice membranaceo in scrittura gotica liturgica
ff. 191, 350x240x50 mm

 

Il volume fu eseguito a Roma per il vescovo Riario. Non è chiaro quale sia stata la vicenda che lo ha portato a far parte delle collezioni ducali, tuttavia, dal momento che risulta inventariato di seguito ai tomi del Messale di Domenico Della Rovere, è possibile supporre che sia stato acquistato dopo il 1593 per il tramite degli eredi del cardinale. Secondo Pietro Vayra, l’opera sarebbe riconducibile a Tommaso Riario, poiché, come egli stesso osserva, “nella grande iniziale miniata della messa dell’Epifania rimase illeso, forse dimenticato, uno scudo ovale, troncato d’azzurro e d’oro….Sappiamo che questa è l’arma dei  Riario, patrizi savonesi…”. La miniatura nel foglio 7r raffigura la scena della Natività, dove, in un piccolo spazio, è riproposto tutto il presepe. L’attenzione dei personaggi ritratti è chiaramente rivolta al Bambino: a sinistra dello spettatore, la Madonna rivolge a lui un tenero sguardo con le mani giunte in segno di adorazione; san Giuseppe, con il suo tradizionale bastone, ne contempla il viso con grande deferenza; il bue e l’asinello, stretti alle spalle della mangiatoia, completano il quadro riscaldando il piccolo. La scena, che rispecchia la tradizione secondo cui la nascita del Figlio di Dio avvenne in un luogo umile, qui rappresentato da una stalla, aperta su due lati, da cui è possibile intravvedere uno scorcio di Palestina, è racchiusa all’interno dell’occhiello della lettera P, posta quale capolettera in apertura al testo: Puer natus est nobis […]. Il titolo della scena è riportato in alto, con lettere dorate all’interno di un medaglione bordato in oro e con fondo blu: Virgo quem peperit adoravit. Infine, l’indicazione della parte del messale è introdotta da un fregio appeso a chiodi, con un titolo in maiuscola lapidaria dorata su fondo rosso che recita: In die nativitatis domini ad missam maiorem introitus.

HARTMANN SCHEDEL
Liber chronicarum cum figuris
1493
Biblioteca Antica, J.a.III.8
Volume a stampa in caratteri gotici
430×306 mm

Opera di Hartmann Schedel, umanista tedesco vissuto tra il 1440 e il 1514, il Liber Chronicarum cum figuris, noto anche come Chronica di Norimberga, dal luogo in cui fu dato alle stampe, è considerato la più grande opera illustrata del XV secolo: Schedel, tra i primi cartografi ad utilizzare  la tecnica della stampa, vi inserì 1809 xilografie, 2 mappe di grande formato (su doppio foglio) raffiguranti il mondo e l’Europa e innumerevoli vedute topografiche di città europee, immagini a cui lavorarono artisti tedeschi di grande  talento, tra cui Michael Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff e il giovane Albrecht Dürer.
L’ambizioso intento del testo è presentare una storia universale, dalla creazione al 1493, accompagnata da immagini e secondo la narrazione biblica. Il racconto attinge dal Vecchio e Nuovo Testamento ma anche dall’antichità classica e dal medioevo. Tra i numerosi soggetti, si citano, a titolo d’esempio: il giardino dell’Eden, dove Adamo ed Eva sono tentati dal serpente; la costruzione dell’Arca da parte di Noé per sfuggire al diluvio universale; ritratti con brevi descrizioni di profeti, pontefici e altri personaggi storici; catastrofi naturali; eventi astronomici e altri innumerevoli fenomeni ed avvenimenti, reali e leggendari.
Il Liber è stato paragonato alla Bibbia di Gutenberg per l’eccellenza dell’impianto illustrativo e la maestria della realizzazione.
Nella parte Sexta etas mundi, al foglio 95v, nella prima xilografia è raffigurata la scena della Natività. All’interno di uno spazio esiguo, l’artista inserisce in prospettiva tutti i personaggi principali: la Madonna e san Giuseppe inginocchiati, in atteggiamento di adorazione verso il Bambino, che occupa una piccola porzione del riquadro, nel margine inferiore a sinistra dello spettatore, e il bue e l’asinello, appena accennati nel contesto, attraverso le teste.
La scena è introdotta da un breve titolo in caratteri gotici che sovrasta il disegno: Ihesus Christus nascitur anno mundi 4200.

PIRRO LIGORIO
I Libri delle Antichità
1569-1580 ca.
Biblioteca Antica, J.a.III.8, vol. 6, lib. III, t. II
Manoscritto
425×285 mm

I Libri delle Antichità di Pirro Ligorio, pittore, architetto e antiquario vissuto tra il 1513 e il 1584 circa, rappresentano la più imponente enciclopedia illustrata del patrimonio culturale del mondo antico. Realizzata probabilmente tra il 1569 e il 1580, periodo in cui Ligorio fu al servizio del duca Alfonso II d’Este in qualità di antiquario, l’opera, costituita da 30 volumi, presenta una struttura alfabetica, espediente che ha permesso all’autore di organizzare e dominare una straordinaria quantità di soggetti e materie: ordinati dalla A alla Z, edifici, monumenti antichi, epigrafi, storie di uomini illustri e monete testimoniano la vastità dei temi trattati e l’eruditismo dell’artista, che, con questa monumentale impresa, seppe guadagnarsi la stima e l’apprezzamento dei suoi contemporanei.
Tra le voci trattate da Ligorio nei due volumi dedicati alla lettera C, compare un vero e proprio trattato sulle comete (ff. 59-69). In linea con la struttura descrittiva che caratterizza ciascuna voce dell’enciclopedia, l’argomento è introdotto dapprima sul piano etimologico, per cui si distinguono due lemmi, di cui il secondo è riferito alla cometa intesa come stella: Comete, cometes, è tanto come cometa, cometi, che comete disse Dante, fiammando forte a guisa di comete, et i greci KOMHTHΣ nel genere mascolino. Si prende comi concetto d’una stella crinita, onde alcuni cometi, la dicono, et sono composte di grasso et grosso humore et igneo, et si consumano apoco apoco, come una candela ardente, et perlo ardore pare che splendano […] et in varij modo appariscono, or più lucenti or più pallide […]. Nonostante l’esiguo numero di disegni presenti nel volume, Pirro esprime grande creatività nel delineare le molteplici immagini delle comete nei fogli 61, 61v, 62v, 63, 63v, 64v, 66, 66v e 68v. L’autore li realizzò probabilmente in occasione dell’apparizione della grande cometa a Ferrara, il 7 novembre 1577, sulla base di ciò che egli stesso ebbe modo di vedere. Ecco come descrive la sua esperienza: Dirremo dell’appartitione della presente cometa, ch’hor veggiamo essere in questa nostra estate, comparsa già sotto al segno di scorpione, e che vedemo anchora durare vigorosa sotto al segno del saggitario o di chirone, questo anno del MDLXXVII. […] apparita e generata poco pria delli settedi de novembre la quale pria l’havemo veduta in parte bassa nella regione delle nube accesa, dentro una oscurità, con gran splendore; et pareva che sfavillasse da uno acceso fuoco […] seguiva il moto dall’oriente all’occidente per alcune ore et poscia dal moto del regimento retrograto, veniva ritornata indietro; […] Dalle riflessioni dei filosofi dell’antichità classica alle considerazioni degli astrologi dei suoi tempi, Ligorio mette in luce diversi punti di vista sulle comete, considerate di volta in volta portatrici di “peste et guerra”, annunciatrici di “gran’ meraviglie” oppure, semplicemente, “stelle”.

TIPOGRAFIA B. MARCHISIO E FIGLI
Biglietti di auguri commissionati dalla Fiat
1999-2000
Archivio Tipografia Marchisio di Torino
Cromolitografie,  200×150 mm

La Tipografia B. Marchisio e Figli, operativa sino al 2002 a Torino, presso la palazzina dell’Accademia delle Scienze, era specializzata nella realizzazione di biglietti, inviti, carte da lettera e stampe per ogni occasione. L’attività venne chiusa in occasione degli interventi di ristrutturazione del Museo Egizio. Il lavoro di stampa era svolto artigianalmente nell’ambito di un laboratorio interno, nel quale abili professionisti componevano a mano i caratteri in piombo, separandoli con pezzetti di carta, un modus operandi antico e raffinato che aveva reso celebre questa tipografia. Tra i numerosi clienti, risultano illustri famiglie piemontesi, tra cui gli Olivetti, gli Agnelli e i Ronchi della Rocca, nonché frequentatori meno noti, che vollero affidarsi al gusto e all’esperienza di un’impresa familiare condotta, negli ultimi anni, da tre sorelle, eredi del fondatore. L’archivio della Tipografia, donato all’Archivio di Stato di Torino nel 2003, comprende campioni di stampe realizzate in oltre 60 anni di attività. Tra gli esemplari prodotti in occasione delle festività natalizie, si distinguono per bellezza e ricercatezza i biglietti di auguri confezionati per la Fiat (biglietto di auguri con riproduzione del manifesto pubblicitario della Fiat Balilla, realizzato nel 1934 da Marcello Dudovich, pubblicitario ed illustratore vissuto tra il 1878 e il 1962 e biglietto con riproduzione del manifesto pubblicitario noto come “FIAT in pista”, disegnato da Plinio Codognato, illustratore e pubblicitario ufficiale della FIAT per oltre vent’anni, vissuto tra 1878 e 1940).

RISORSE

La visita virtuale con il Direttore
La locandina della mostra

L’ALLESTIMENTO E LE RIPRESE

CREDITS

Mostra a cura dell’Archivio di Stato di Torino,
organizzata in occasione dell’apertura straordinaria del 20 dicembre 2020
promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo,
con la collaborazione del personale dell’Archivio di Stato di Torino
e della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Piemonte e della Valle D’Aosta.

Riprese e montaggio video: Punto Rec Studios